-1 mese al Natale

Sinceramente, non mi sembra vero. Quest’anno il piano per il giorno di Natale è quello di andare nella città in cui lavora P., sempre che permettano di viaggiare da una Comunidad Autónoma all’altra. Lui la sera di Natale lavora, ma potremmo organizzare un bel pranzo festivo, aprire i regali insieme e poi fare una videochiamata con i miei genitori, mia sorella, mia nipote e mio cognato.

Qualora invece non consentissero di spostarsi, dovrei cercare di dribblare un eventuale invito della madre di P., la quale probabilmente si sentirebbe obbligata ad invitarmi sapendomi a casa da sola, per poter trascorrere almeno una parte del Natale con Ali e Dani, che già hanno deciso che quel giorno non si riuniranno con la famiglia.

Come sempre accade da quando vivo all’estero, dovrò ricorrere ad Amazon per acquistare i regali. Gli anni scorsi lo facevo perché era impossibile stipare 6-7 regali in una valigia piena di maglioncini invernali; quest’anno, invece, sarò obbligata a farlo perché, beh, passerò il Natale in Spagna causa Covid.

Il Natale mi prende sempre un po’ alla sprovvista, un po’ come le prime giornate in cui improvvisamente alle sei del pomeriggio è già notte. Tutti gli anni mi ritrovo a vagare smarrita tra panettoni e polvorones al Mercadona chiedendomi che cavolo ne è stato di tutti quei fogli di calendario che separano la fine dell’estate dalle feste natalizie.

Solo che quest’anno lo straniamento è ancora più intenso, per due motivi, presumibilmente: da una parte, il mio inconscio prende a calci con più violenza del solito l’idea del Natale non solo per procrastinare la scelta e l’acquisto dei regali, come accadeva negli anni scorsi, ma principalmente per non pensare a questo Natale atipico che mi attende in cui, nella migliore/peggiore delle ipotesi, alle 6 del pomeriggio sarò piantata sul divano, in pigiama, con la panza gonfia ed intenta a giocare a Candy Crush Saga; d’altra parte, lo straniamento deriva dal fatto che, quest’anno, i fogli del calendario “persi” vanno da marzo a, beh, ad oggi.

Dico “persi” tra virgolette perché in realtà questi mesi di quarantene intermittenti hanno avuto una loro utilità e non sono passati invano, almeno per quanto mi riguarda: ho avuto più tempo per riflettere, per imparare a gestire meglio il mio tempo e a prendermi cura della mia alimentazione, ho avuto modo di godere di molte giornate di spiaggia, ho ripreso in mano fogli e matita per disegnare ritratti dopo secoli e millenni di inattività e, a livello lavorativo mi ritrovo, come risultato (si spera permanente) di questa pandemia, con un orario molto più umano e che mi permette di risparmiare tempo e denaro.

Insomma, come dicevo, questi mesi non sono tecnicamente “persi”. Tuttavia, l’impossibilità di viaggiare, l’assenza di vacanze, il lavoro da casa e la sovversione completa dei normali ritmi – talvolta frenetici – della mia/nostra vita fan sì che il 2020, escludendo gennaio e febbraio (che, di fatto, sembrano appartenere ad un’altra epoca geologica), sia un periodo di tempo informe, liquido, in cui estate, primavera, autunno e inverno si fondono e sovrappongono senza nessun senso logico. In un certo senso stiamo tutti aspettando che appaia una schermata, come spesso accade nei film, che faccia ripartire la trama principale dopo un periodo ritenuto troppo noioso per essere raccontato sullo schermo, ma al contempo necessario al fine di portare gli eventi alla propria maturazione.

“ONE YEAR LATER…”

E niente, stavo scrivendo questo post ieri ma ho dovuto interrompermi perché ero sommersa di lavoro e ora non ricordo di preciso dove volessi andare a parare.

Per qualche strano motivo, quando mi tocca lavorare da casa e potrei ritagliare un po’ di tempo per scrivere sul blog mi arrivano sempre 1000 mail e richieste mentre quando sono obbligata a rimanere in ufficio per 8 ore quando apro la mail si sente il rumore dei grilli e cerco invano di far passare il tempo leggendo articoli sul sito della Treccani.

Comunque, oggi fa freddo (almeno per gli standard nel sud della Spagna, per gente del cazzo come me abituata a passeggiare a in maniche corte fino alla scorsa settimana), P. parte tra poco per lavoro e, come sempre, somatizza la poca voglia di partire per cui s’è svegliato con nausea e malessere generale. Ho del lavoro da fare ma, salvo imprevisti, non è troppo né troppo poco. Domani si prevede una bomba d’acqua e grandine ed io continuo a dimenticare che oggi è solo giovedì e che domani tocca andare al lavoro.

Mi dibatto tra il desiderio di veder tornare il bel clima per fare una lunga camminata nel week-end e la volontà di trascorrere il sabato e la domenica seppellita sotto mille coperte sul divano mentre sorseggio un’infusione e leggo un libro, dando vita a tutti gli stereotipi Tumblr possibili ed immaginabili.

Besos, Deli

Politicamente scorretta

Venerdì P. è partito per lavoro, e dato che il suo cane geriatrico espelleva liquami da ogni orifizio da ormai due giorni e il veterinario aveva stabilito che si trattava di gastroenterite, ha lasciato il Matusalemme canino a casa con me.

La cosa mi faceva un po’ girare gli zebedei, soprattutto perché la mia unica, granitica, incrollabile certezza dacché ho memoria è una: non mi piacciono i cani. Da piccola ne avevo paura. Crescendo la fobia è passata, ho addirittura imparato a provare affetto per loro, o a intenerirmi davanti a qualche esemplare particolarmente simpatico e scodinzolante.

Tuttavia, una cosa la so per certo: non voglio essere la padrona di un cane. Che dio me ne scampi.

Odio raccogliere merda la mattina, detesto venire accolta da guaiti e altri versi melodrammatici quando rientro dalla spesa, mi viene male all’anima all’idea di essere letteralmente obbligata a portare a spasso un cane ogni santo giorno, a prescindere che piova, ci sia il sole, che mi senta bene o che sia malata.

Eppure, in un modo o nell’altro, mi ritrovo a vivere in un appartamento con due cani, uno appiccicoso e irritante a livello pro e l’altro con lo stato di salute di un centoventenne. Sono i cani del mio fidanzato, prima vivevano con sua mamma ma lei non può più farsene carico, ma il problema è che il suddetto fidanzato lavora fuori due settimane al mese. Normalmente i cani partono con lui, ma giustamente ogni volta che uno dei due si ammala (e succede spessissimo) e non è raccomandabile farlo viaggiare, io mi ritrovo a fare da infermiera.

Non è colpa di nessuno, immagino.

Se il mio fidanzato mi avesse chiesto di adottare un cane gli avrei detto di no, manco per sogno, ma non posso certo dirgli di dare in adozione due cani vecchi che vivono con la sua famiglia da anni.

Ciò non toglie che ho passato il sabato raccogliendo vomito e bile da terra, osservando diarree rossastre e facendo bollire carne di pollo. E la carne di pollo bollita puzza quasi quanto il vomito e la diarrea messe insieme. Per aiutarmi a prendermi cura dell’animale, poi, P. ha insistito a mandarmi a casa sua sorella, una ragazzina tamarra e immatura che a malapena sopporto e che, logicamente, si è tolta la mascherina non appena è entrata nel mio salotto.

Per finire la giornata in bellezza, poi, ho dovuto portare la bestia dal veterinario, chiedendo peraltro un passaggio a una amica perché è fisicamente impossibile fare entrare quell’enorme cane nella mia auto, e oggi dovrò andare a recuperarlo sperando che non trascorra il resto della settimana a cagare, pisciare e vomitare in casa.

Domani dopo il lavoro sono stata invitata a casa di una amica, ma dovrò limitare la mia permanenza lì, ond’evitare che la bestia stia troppe ore in casa senza poter uscire a cagare ecc.

E insomma, che dire? Mi girano ad elica, ieri ho discusso per telefono con P. con tanto di urla e pianto, ma nonostante lo sfogo continuo ad essere incazzata e frustrata per la situazione, alla quale peraltro non vedo alcuna soluzione.

Per il resto continua tutto nel solito piattume, i caffè al bar sono ora caffè d’asporto causa lockdown, a Natale rimarrò sicuramente bloccata qui e lo scazzo domina incontrastato nella mia vita.

Une semaine de merde

Finalmente venerdì! Non che i progetti per questo week end lungo siano sfolgoranti, dato che tra le altre cose è proibito uscire dalla regione e dal proprio comune, ma questa settimana è stata piuttosto pesantuccia, e l’idea di dichiararla chiusa non mi dispiace neanche un po’.

Il tracollo ha avuto inizio venerdì scorso, dopo una giornata lavorativa noiosissima e corredata di sorprese e carrambate non sempre piacevoli. Insomma, in pratica un tizio random si è presentato in ufficio (giuro, uno mai visto prima) e ci ha chiesto se avevamo “delle scrivanie libere” ed ha segnalato che a partire dalla settimana successiva avremmo avuto una nuova collega, una che in realtà lavora per altri, ma che avrebbe condiviso l’ufficio con noi.

“Il vostro capo non vi aveva informati?”

Mah, allora, contando che non ci ha neanche reso nota la scadenza del nostro contratto di lavoro (scoperta accidentalmente il giorno dopo la scadenza del suddetto), puoi ben capire che no, non ci ha informati neanche di questo.

Ovviamente la nuova collega è stata portata in ufficio per le presentazioni alle due e un quarto, che sembra che abbiano cronometrato il momento esatto in cui la collega ed io ci togliamo le mascherine ed estraiamo tupper colmi di verdure puzzolenti e teste d’aglio, giusto per dare buona impressione.

Al rientro a casa, con l’umore già sotto ai piedi, sono stata accolta da un P. incazzato nero e da un odore di candeggina e disinfettante sufficiente per stendere un elefante. A quanto pare, P., appena rientrato dalla trasferta di lavoro, aveva ricevuto la visita di un suo caro amico di infanzia, il quale purtroppo è entrato a far parte di una comunità di hippie-ecologisti ed è convinto che per sconfiggere il covid sia sufficiente ingerire probiotici e che l’uso della mascherina e delle misure igieniche sia inutile o addirittura pernicioso.

Quando P. si è reso conto di trovarsi davanti un negazionista che passeggia allegramente per il mondo senza mascherina, senza disinfettanti e partecipa ad eventi con hippie che non fanno la doccia dal ’92 era già troppo tardi: aveva toccato tutti i pensili della cucina, usato il microonde per scaldare il suo pranzo biologico, si era seduto sul sofà, aveva usato il bagno, ecc. Poco ci è mancato che si facesse anche una siesta nel nostro letto, già che c’era.

Così P. ha invitato cortesemente l’amico a uscire di casa e si è ritrovato a disinfettare la qualunque, dopo 14 ore consecutive senza dormire.

Tralasciando l’andamento di venerdì scorso, che per quanto tragico ha anche avuto risvolti comici, la vera crisi esistenziale è iniziata il sabato.

Di colpo mi ha colpito una consapevolezza tanto ovvia quanto dolorosa: non torno in Italia da Natale scorso e quest’anno, a Natale, col cazzo che riesco a tornare a casa. Sono entrata in una spirale di sentimenti dolorosissimi, un mix di nostalgia, tristezza, rassegnazione e addirittura un pelino di rabbia. Rabbia verso la situazione, ovviamente, che peraltro in queste settimane sembra peggiorare di momento in momento. Per quanto cerchi di ignorare le notizie queste arrivano sempre: un link inviato su whatsapp da una amica, le colleghe al lavoro che devono richiedere un permesso per venire in ufficio perché ormai non si può viaggiare da una regione all’altra. Ma arrabbiarsi con la situazione, si sa, non soddisfa, che intanto alla situazione che cazzo gliene fotte che sono incazzata? E poi non ha volto, è solo una fottuta congiuntura storica che ci è toccato vivere, e non è neanche delle più tragiche che siano esistite, se ci sforziamo che solo di dare un’occhiata al secolo scorso.

Parafrasando il buon Barbero: ma ci pensate ai disgraziati nati a inizio ‘900? Si son ciucciati due guerre mondiali, la pandemia della spagnola, la dittatura fascista, la crisi del ’29.

Insomma, son finita a far pensieri gretti e meschini, a colpevolizzare i miei per il mio viaggio mancato ad agosto, perché mia sorella e mio cognato sì li invitano a pranzo ogni 2×3 ma quando volevo tornare io in estate sembrava che arrivasse l’untrice, e solo a pensare queste cose mi sono sentita ancora più di merda. Quando poi mio padre mi ha telefonato, la domenica, come se avesse intuito quello che pensavo, dicendomi che se tutto va bene al mio compleanno ci vediamo (Febbraio) e parlando di un viaggio dei miei qui in Spagna come qualcosa che potrebbe accadere a breve, e non come una roba fantascientifica che probabilmente non avverrà fino al 2022 (e forse sono ancora ottimista) mi sono sentita ancora più triste e tapina.

Per farla breve, ho passato quasi tutti il weekend a piangere e a rimbambirmi con uno di quei giochini del telefono tipo candy crush in cui devi guadagnare punti per mettere a posto una casa in rovina. Per dire il livello di decadenza fisica e morale raggiunto.

Domenica, poi, mi sono trascinata fuori dal letto a seguito di un messaggio di Ali, la quale aveva avuto il litigio del secolo col fidanzato e aveva bisogno di uscire di casa. L’uscita mi ha fatto bene, anche se entrambe avevamo gli occhi come zampogne e l’umore sotto ai piedi.

Tuttavia il week end si è concluso con un litigio enorme con P., a causa del periodo di carestia sessuale che stiamo vivendo a causa mia. Perché se per lui il sesso serve a scaricare l’ansia, ad esorcizzare la tristezza e a conciliare il sonno, io quando sono in ansia, triste o stanca faccio molta fatica a tirare su le giarrettiere mentali. Inoltre, perché é giusto che io sia sincera, sebbene sappia che per lui è molto importante quell’aspetto della relazione, mi faccio sempre sopraffare dal resto dei problemi e finisco col “trascurare” quell’aspetto o col rimandarlo, facendo sempre affidamento sulla sua pazienza che, giustamente, di tanto in tanto si esaurisce.

Il litigio, comunque, si è “risolto”, almeno per il momento.

Ecco, dopo una settimana così, l’idea di un lungo weekend a casa da sola (P. è ripartito oggi) in cui ricaricare le pile e riordinare le idee non è affatto male.

Besos, Deli

Voglio scrivere da giorni ma mi blocco sempre davanti alla pagina bianca. La testa mi pulsa, colpa del solito muscolo contratto al lato destro del collo. Il pranzo di oggi, consumato alle 4, era un hamburguer. Oggi toccava lavorare da casa, ma la testa volava altrove. Quanto costerebbe comprare una casa? Quanto posso risparmiare in un anno? Che ansia l’idea del mutuo. Con un occhio vigilo il portatile per rispondere a qualche richiesta urgente e nel frattempo pulisco il forno, le ante della cucina. Devo cambiare la sabbia del gatto da due giorni ma finisco sempre a fare altro. Il fattorino di Amazon chiama alla porta 2 volte in mezzora. In Italia chiudono i centri commerciali nei week end, Madrid é tornata in quarantena, la seconda ondata manda in crisi tutto il mondo. Continuo a strofinare le pareti del forno, aziono il robot lavapavimenti, mi riprometto di essere più produttiva domani al lavoro e rimando a domani la lettura di un libro, preferendo il limbo delle serie TV. Pensieri confusi che ricaccio indietro con un caffé al bar, una lunga telefonata, la spesa fatta di fretta ieri pomeriggio prima di passare da Claire per vedere il tramonto dal suo terrazzo. Insomma, la vita continua, mi obbligo a funzionare, a fare cose, e nel frattempo penso che questo 2020 é veramente un anno del cazzo, un anno assurdo, con due mesi quasi normali e un limbo infinito senza viaggi, senza normalità, fatto di giornate noiose al lavoro e di alcuni momenti quasi felici ma di una felicità strana, quasi artificiale. Per una volta si può essere impunemente asociali, chiudersi in casa e disegnare, pulire l’angolino dietro al frigo, cucinare per la prima volta roba commestibile.

Questo 2020 non lo dimenticheremo mai, io di certo non lo dimenticherò, ma mancano persino le parole per raccontarlo.

Torno nel mio limbo.

Situation update

Che dire, questa settimana non è stata proprio il massimo.

Il litigio con P. del fine settimana sembra essersi “risolto”, almeno per il momento. Tuttavia, lo stress post-litigio mi ha tormentata per parecchi giorni, ragion per cui dal lunedì al mercoledì ho avuto dei dolori molestissimi all’altezza del collo e della schiena e non ho fatto altro che sfondarmi di antiinfiammatorio, andare al lavoro, mangiare contro voglia e andare a letto alle 10 e mezza di sera nella vana speranza di svegliarmi in forma il giorno successivo.

Il cane di P. ha continuato per tutta la settimana a spisciazzare allegramente sul divano, obbligandoci a lavare quotidianamente i cuscini e a respirare le esalazioni tossiche dell’ammoniaca. Il veterinario ha sentenziato che “è una femmina castrata ed è così vecchia che per saperne l’età bisognerebbe tagliarla come gli alberi e contare i cerchi concentrici del tronco… deve avere un problema di incontinenza”. E così niente, il divano è coperto di traversine, P. ha comprato dei pannolini per cani ottuagenari su Internet e oggi iniziamo il trattamento con delle pastiglie che si spera possano restituirle il controllo della vescica in un mese e mezzo.

Oggi P. parte per lavoro e questa volta non lascerà il cane incontinente con me ma se lo porterà via insieme all’altro cane con corpo da chihuahua e denti da dobermann.

Mi sento un po’ in colpa per il fatto di non aiutarlo a prendersi cura del cane (che pure è suo), soprattutto perché temo che dopo la mia sfuriata del fine settimana si senta in dovere di prescindere dal mio aiuto sempre e di evitare di arrecarmi qualsivoglia fastidio, ma devo ammettere che l’idea di una settimana senza cani in casa, senza spisciazzate inopportune, senza sacchettini pieni di merda fumante alle otto del mattino ha il suo fascino.

Detto questo, continuo a rimuginare sul litigio, rifletto sulle cause, sulle reali incompatibilità e sugli sbalzi di umore (soprattutto miei) che possono avermi portato ad ingigantire problemi taciuti per troppo tempo, ma mi rendo contro di non riuscire (ancora) a razionalizzare il tutto per iscritto.

Besos, Deli

Situation

Io, da un po’ di tempo, quando il mio fidanzato P. rientra dal lavoro mi sento soffocare un po’.

Mi soffoca il rumore della Play Station di notte quando vado a dormire, mi soffoca il divano costantemente occupato con le coperte stropicciate, i pezzettini di tabacco sul tavolino del salotto appena lavato.

Quando sta fuori per lavoro, anche se a volte mi sento sola e un po’ triste, ho la mia routine, i miei giri da fare, le mie serie tv da vedere la sera quando sono stanca, i miei metodi per mantenere tutto in ordine e non morire di fame anche quando sono stanca morta. Mi piace rientrare a casa, anche in quei giorni in cui la testa martella a più non posso, e sforzarmi di lavare i piatti e spazzare il pavimento, per poi concedermi di crollare a letto o sul divano mentre ascolto un video o vedo la tv in assoluta pace e silenzio.

Insomma, da qualche tempo, quando P. torna a casa, sono contenta solo a metà. L’altra metà si infastidisce alla prima sigaretta accesa, o per il semplice fatto di dover dividere il proprio spazio e il proprio riposo con un altro che arriva, si siede dove vuole, non riesce ad andare in punta di pieni, perché in fondo questo spazio è pure suo.

Questi sentimenti a fior di pelle sono esplosi questa settimana, dopo una mattinata in cui mi sono trovata con la solita tragedia greca in salotto: P. che preparava in fretta e furia un pacco da consegnare al corriere, quest’ultimo seduto sui gradini fuori dalla porta; il nipote di P. tutto intento a sbattere con violenza le finestre e a fare rumore con qualsiasi oggetti si trovasse davanti, mentre la di lui madre raccontava di come avesse dovuto prendere a calci la porta di casa del suo ex(?) fidanzato per farsi restituire il figlio, e di come il tutto si fosse concluso a tarallucci e vino con tanto di aggressioni fisiche e minacce.

E mentre questo scenario degno dei peggio film ambientati a Detroit si sviluppava nel mio salotto, io cercavo di terminare un lavoro, ovviamente senza riuscirci. E quel nervoso accumulato quella mattina, c’è poco da fare, non me lo son più tolto di dosso. Anzi, è andato in crescendo, e si è sommato alla sensazione di stare meglio, molto meglio da sola, ed ha preso il volo quando nelle due mattinate successive mi sono svegliata con una pozzanghera di pipì di cane sul divano, pipì di un cane che non ho mai voluto avere in casa, che a me han sempre fatto cagare a spruzzo i cani, e invece ne ho due, non uno ma due!, in casa.

E niente, abbiamo discusso tutto il giorno ieri. Ho pianto come una dannata. Ho pianto nel viaggio di andata verso il mare, ho pianto al ritorno, lui ha detto che non lo amo più, io ho detto che lo amo ancora (ma ci credo davvero?), abbiamo gridato, ci siamo risi in faccia, ed io ammetto in questo momento di non sapere cosa voglio.

Sinceramente, non so se dovrei restare con lui perché le relazioni che vanno avanti davvero sono quelle in cui non si butta via tutto al primo (o ennesimo) problema o se dovrei andarmene, perché fingere che certi problemi non esistano può solo portare a convertirsi in una di quelle coppie che si tollerano a malapena e si riversano bile a vicenda.

A volte sembra così facile voltar pagina, rimanere sola col gattino e ricominciare dalle amiche, dalle uscite, dagli hobby e dal lavoro.

Altre volte sembra impossibile, dopo essermi trasferita in Spagna, dopo gli sforzi per riuscire entrambi ad avere una stabilità lavorativa. Mi giro a destra e vedo una foto della mia famiglia alla comunione di mia nipote e lui è lì. Non so, non ha nemmeno più senso quello che sto scrivendo. Sono giorni che mi fa male la testa, mi sveglio sempre stanca e affaticata, non sono in condizioni di fare nulla, di decidere nulla, in questo momento.

Di vita ce n’é!

Siamo entrati ufficialmente in autunno ma mi sorprendo ancora a raccogliermi i capelli prima che mi si appiccichino al collo per il sudore. Fa caldo, non quel caldo francamente terribile e prostrante che in agosto impedisce qualsiasi attività che non consista nel rimanere sul divano a farsi aria con una rivista, ma ci sono comunque tra i 25 e i 30 gradi.

Mi sento come una nave che galleggia in acque abbastanza limpide e tranquille e mi sembra di riuscire a girare il timone verso le direzioni e giuste, anche se a volte scivola via e si perde per un po’ in torbide acque ormonali nel periodo premestruale.

Al lavoro abbiamo iniziato a fare i turni, il che significa che lavoro metà settimana da casa e metà un ufficio, un discreto miglioramento un termini di tempo e soldi risparmiati. D’altra parte, i pochi giorni di lavoro presenziale sono ideali per portare le chiappe fuori casa e per indossare un po’ qualcosa di diverso dal pigiama.

Ho passato un week end solitario e me lo sono goduto passando il sabato al mare con un buon libro e la domenica a riordinare cassetti dimenticati da dio e colmi di oggetti di dubbia provenienza.

All’attivo ho una chiamata piena di risate con l’amico d’oltre Manica durata due ore, una chiamata con Ju che sembrava provenire dalla Siberia a causa della pessima connessione e del cappotto invernale che aveva indosso dentro casa, qualche caffé esilarante e troppo amaro con Ali e un pomeriggio passato ieri sulla terrazza di Claire, mentre la sua gattina faceva agguati a oggetti inanimati e non.

Poi vabbé, ho avuto mal di testa e squaraus un giorno si e l’altro pure a causa del mestruo e la mia padrona di casa vuole farmi pagare la riparazione di un apparecchio per l’aria condizionata che é talmente recente che lo si considera l’anello di congiunzione tra i moderni condizionatori e gli schiavi con ventaglio che si vedevano un Via col Vento, ma tutto sommato sono felice.

Besos, Deli

Il rientro al lavoro, per il momento, non é andato male.

Certo, la mattina quando suona la sveglia a me vien male al cuore e preferirei rimanere a letto a spupazzare il gatto.

La passeggiata al parco col cane geriatrico di P. che mi obbliga ad alzarmi prima e a raccogliere merde fumanti di prima mattina me la risparmierei.

É anche vero che l’idea di rivedere (probabilmente) il mio bipolare capo domani é appetibile quanto atterrare su una bici senza sellino.

Però é pur vero che sono molto più produttiva. Sarà che vado a letto presto, sarà che so di non disporre di un tempo illimitato per fare tutto, ma quando rientro a casa pulisco, cucino la cena e il pranzo del giorno dopo, sbrigo commissioni, esco a bere un caffé con Ali. Ho meno tempo, ma proprio per quello lo faccio fruttare di più.

E forse sarà un caso, ma dopo un sabato un po’ pigro e fiacco, domenica sono andata al mare e me la sono goduta come non mai.

Mi godo questo momento di pace nella speranza che duri, e che non si tratti semplicemente della fase di ottimismo post-ciclo indotta dagli ormoni, perché se fosse cosí, nel giro di una-due settimane tornerei al consueto pessimismo leopardiano.

Besos, Deli

Back again

si torna ai post scritti dal cellulare con 8000 refusi. Ebbene sí, ieri sono rientrata al lavoro tradizionale dopo 5 mesi di lavoro da casa e uno di ferie.

Il capo ci ha informati la sera prima, dopo svariati messaggi nostri per chiedere informazioni.

Il rientro é stato duro perché avevo preso l’abitudine di andare a letto tardissimo e di alzarmi alle undici, infatti ieri ero uno zombie. Tra la stanchezza e l’ansia, ieri sera ero a pezzi, anche se ho trovato la forza per riordinare casa prima di cena (ahimé, ci si deve riabituare a incastrare le faccende di casa nelle poche ore libere disponibili).

Anche oggi non é che mi senta molto energica, eh, soprattutto contando che ho passato la notte insonne e con l’emicrania (finché alle sei non mi sono decisa a prendere una pastiglia, ma ormai mancavano solo due ore alla sveglia).

Tuttavia, qualche cosa positiva da segnalare c’é:

  • Mi hanno rinnovato il contratto! Per un altro anno posso stare tranquilla, la pagnotta é assicurata.
  • Ci han fatto rientrare al lavoro nel picco della pandemia (ci sono più casi ora in questa provincia di quanti ce ne fossero a marzo), sebbene il nostro sia un lavoro che a farlo fa casa la azienda risparmia in soldi e noi in salute. MA, hanno cambiato leggermente l’orario, ergo tornerò a casa un’ora e mezza prima. Ho meno tempo per la pausa pranzo ma preferisco cosí.

E basta, poco altro da riportare, ad eccezion del fatto che sogno già il week end 😀

Besos, Deli

Mancano le parole

Fatico a trovare le parole per questo post; la bozza che ho iniziato a scrivere ieri non me la sento neanche di rileggerla e francamente non so nemmeno perché l’ho salvata.

Avevo così tanta voglia di sfogarmi, di dare un senso a quelle sensazioni che si accavallano nella mia testa convertendole in un flusso di parole, ma i paragrafi che si accumulavano sulla schermata non avevano nulla a che vedere con quello che sentivo, era come se li avesse scritti qualcun’altro.

Ho spento il computer sentendomi arrabbiata e frustrata, eppure rieccomi qui.

Forse la formula magica per esprimere quello che sento è più semplice del previsto, solo tre parole: mi sento triste.

Ecco come mi sento in questi giorni. Triste, sola, persa. La sensazione non è troppo difficile da inquadrare, ma è molto più complicato capire perché mi sento così. Perché se ti senti triste per un motivo, allora puoi cercare di rimuovere l’ostacolo alla tua felicità (laddove possibile), ma se questa tristezza non ha nessuna causa evidente, allora è tutto molto più complesso.

Non è accaduto nulla di particolare che mi abbia gettato in questa condizione di sconforto, ma è vero che c’è tutta una serie di fattori che mi sta preoccupando, ultimamente. In primo luogo, in meno di una settimana rientrerò al lavoro, ma ancora non so se tornerò in ufficio o continuerò a lavorare da casa. A questo aggiungiamoci il fatto che a fine settembre mi scade il contratto e che non so assolutamente se mi verrà rinnovato. Mio padre non fa che chiedermi se ho saputo qualcosa dal mio capo ogni singola volta che parliamo per telefono o per messaggio, ampliando le mie ansie come sempre. Non vedo la mia famiglia da Natale scorso e il fottutissimo coronavirus continua indisturbato a circolare sia in Italia che in Spagna (soprattutto in Spagna), per cui inizio a pensare che se tutto va bene magari riuscirò a vedere mia nipote al suo diciottesimo compleanno.

Cerco di telefonare ai miei genitori con regolarità, anche se a volte mi sento troppo licantropa, troppo triste, troppo me stessa per impelagarmi nelle nostre conversazioni. Perché se sono triste si preoccupano, se sono a casa mi spronano ad uscire, e perché per conversare con mio padre senza litigare o incazzarsi come minimo ci vuole la calma interiore del Buddha la maggior parte delle volte, e io di buddhico non ho proprio nulla, nemmeno il girovita, nonostante le tonnellate di affettati iberici ingerite negli ultimi tempo.

Mi sento impantanata, bloccata, priva di stimoli. Vorrei un qualcosa che mi appassionasse, un hobby, una valvola di sfogo, possibilmente qualcosa che io possa fare circondata da altre persone. Vorrei che per ogni giornata passata al mare con un libro, o per ogni tragitto da sola in auto ascoltando la radio o parlando da sola ci fosse una manciata di ore passata in compagnia di persone nuove, persone con cui condividere qualcosa.

Vorrei tanto aprirmi e scoprire che nel mondo ci sono persone di cui non aver paura, che non sono tutti come la fauna che popola Facebook o gli altri social network. Vorrei tornare ad essere ingenua, forse, come quando avevo 14 anni e tutti i miei coetanei mi deridevano e maltrattavano, ma io credevo che da grandi le cose sarebbero cambiate, che gli adulti fossero persone sensate, che rispettano gli altrui sentimenti. Vorrei non essere diventata a mia volta una adulta che scopre che gli adulti sono proprio come quegli adolescenti crudeli, solo che spesso hanno la calvizie, la prostata e votano per Salvini.

Vorrei tanto non vedere tutto nero, ma questa settimana è così.

Chissà che questo sfogo non si riveli utile per recuperare un po’ di buonumore.

Besos, Deli