Piattume rulez

Le ferie sono finite e questa prima settimana di lavoro scorre – per il momento – abbastanza tranquilla.

Da ieri sera piove ininterrottamente, l’ufficio é deserto e attendo che arrivi la pausa pranzo a spezzare in due la giornata.

Aspetto con ansia il weekend, anche se le piogge torrenziali proseguiranno, probabilmente, fino a martedì prossimo. Sogno di affondare nel letto fino alle 10, darmi lo smalto, vedere serie tv che P. detesta col gatto acciambellato accanto a me sul divano e cazzeggiare impunemente con la valida scusa del maltempo.

A dire il vero, giusto per dare un impulso di qualche tipo a questa esistenza piatta nell’epoca covid, ho anche stilato una lista di obiettivi e buoni propositi da portare avanti da oggi a domenica. Che più sono a corto termine e meglio é, altrimenti viene l’ansia.

Eviterò, per mantenere un pizzico di dignità, di condividerla sul blog. Magari lo faró domenica sera, qualora dovessi riuscire a mantenere almeno qualche proposito.

Ma il livello é tipo Bridget Jones o peggio, sappiatelo.

Bah, torno a picchiettare la tastiera fel Pc con fare indaffarato.

Besos, Deli

Scleri mattutini e damage control

Ho iniziato queste ferie con un solo proposito: rillassarmi.

Nel corso del mese di marzo sono stata parecchio svogliata, non avevo molta voglia di cucinare, pulire casa ed ho iniziato a trascurare alcuni hobby e buone abitudini iniziate nel corso delle ferie natalizie o a portarle avanti in modalità “risparmio di energia”, facendolo solo il minimo indispensabile.

La prima settimana di ferie, in effetti, non è stata dissimile dal resto del mese di marzo. Sono uscita a camminare di tanto in tanto, ma non tutti i giorni e non macinando 15 chilometri per volta come nei periodi d’oro, e le mie lezioni di portoghese si sono incagliate leggermente. Dopo due o tre giorni di dieta sana, ho ricominciato a mangiare grissini e formaggio a cena e ad andare a letto con sandwich di prosciutto, formaggio e maionese sullo stomaco.

Dopo una prima spesa al supermercato in cui ho acquistato di tutto di più, ho ricominciato ad evitare il Carrefour e qualsiasi altro negozio di alimentari e non, per cui convivo con una lampadina mezza fusa in cucina da oltre tre giorni che poco ci manca che mi venga una crisi epilettica ogni volta che decido di cucinare qualcosa (se per cucinare intendiamo assemblare panini e aprire pacchetti di patatine fritte).

Ci sta, sono in ferie e voglio rilassarmi, sbracarmi sul divano e vedere video pruriginosi in cui un qualche Royal Expert dice la sua sulla scandalosa intervista di Harry e Meghan.

Tuttavia, negli ultimi due giorni la cosa è degenerata non poco, e ieri sera è tornato a perseguitarmi un mio caro e vecchio conoscente: il dolore al lato sinistro del collo.

Insomma, sono tesa. Nervosa. Preoccupata.

Il motivo? Cerco di darmi una risposta da qualche giorno, ahimè senza troppi risultati. Le cause possono essere molteplici:

a) L’esaurimento dovuto all’eterno protrarsi della pandemia e l’impossibilità di tornare a casa.

b) Alcuni problemi personali ed avvenimenti recenti di cui preferisco non parlare ora, che coinvolgono anche P.

c) Il fatto di disporre di molto tempo libero e di non sapere bene come riempirlo dato che sono a casa da sola e le mie amiche sono altrove, ad eccezione di Ali.

d) Il lavoro

Già, il lavoro. Lo scorso anno, in questo stesso periodo, avevo le ferie, eppure mi sono ritrovata a lavorare quotidianamente, un po’ per via della “situazione straordinaria” dovuta alla pandemia, e un po’ perché “intanto c’è il lockdown, che cazzo c’avete da fare a parte rispondere alle mail?”.

Il timore che questa situazione si ripetesse quest’anno c’era, aleggiava nell’aria già prima delle ferie. Io, sprovveduta, ho pure avuto la pessima idea di controllare la mail aziendale due giorni dopo l’inizio delle ferie, scoprendo che ci erano stati richiesti lavori quotidianamente.

Si è deciso, a inizio settimana, insieme alla collega, di ignorare tutto indistintamente. E così abbiamo fatto, e io mi sono mangiata le mani per non controllare più la casella di posta. E quando dico che me le sono mangiate lo dico in modo piuttosto letterale, dato che ho le punte delle dita quasi in carne viva.

Insomma, il lavoro ha avuto parecchio a che vedere con il mio stato d’animo di questi giorni, inutile girarci intorno.

Questa mattina, perì, i livelli di paranoia raggiunti sono stati assolutamente inediti e preoccupanti.

Non sto a spiegare tutta la dinamica perché non ne vale la pena, ma un messaggio innocente di un collega ha aperto un vaso di Pandora non indifferente e ha portato la sottoscritta ad aprire la casella di posta nuovamente. Non solo le richieste si erano moltiplicate a dismisura: abbiamo ricevuto richieste letteralmente OGNI GIORNO e c’era anche una mail dal magico dipartimento di Human Resources.

Il contenuto della mail di per sé non era minaccioso. Tuttavia, dato che le caratteristiche principali del mio ambiente lavorativo sono l’ambiguità, l’insicurezza ed i contratti a termine, potete ben immaginare quale sia stata la mia reazione.

Il mulinello si è azionato nella mia testa e ha iniziato a formulare ipotesi, scartarle, prevedere licenziamenti in tronco e altre amenità.

Come faccio sempre nei momenti di crisi, ho deciso di ripiegarmi su me stessa a riccio e di passare il resto della mattinata rannicchiata in un angolo della vasca da bagno col rimmel che cola drammaticamente sul mio volto, anche se avrei dovuto truccarmi apposta per ottenere questo effetto, ed ho scritto alla mia amica, con la quale dovevo uscire a camminare per dirle che mi era sorto un problema e che se ne andasse a spasso da sola, sorry.

Nel frattempo il mulinello era diventato una centrifuga, una ruota della fortuna al contrario, e il mio malcapitato cervello continuava a formulare ipotesi assurde, portandomi addirittura a formulare la seguente idea: “Io ora chiamo il mio capo, col quale non parlo dal 1995, e gli chiedo che cazzo devo fare. Gli formulo una domanda diretta, semplice, chiarissima, di quelle che prevedono un sì o un no come risposta e gli chiedo: devo lavorare in ferie? ci si aspetta che lo faccia? me so’ persa qualcosa? Dimmi di che morte devo morire e io muoio, che questa ambiguità non fa per me”.

A quel punto mi sono spaventata da sola e, lottando contro i miei più bassi istinti, mi son detta “Esci da questa casa, parla con una persona che mantiene ancora qualche barlume di lucidità e cerca di calmarti”.

E così ho fatto. Con la nausea incipiente, il dolore martellante al collo e i pensieri in ammollo sono uscita a camminare ed ho esposto alla mia amica tutti i miei dubbi e i vari retroscena che non ho spiegato qui, per ovvi motivi di privacy.

Conclusione: sticazzi.

Ti hanno detto che devi controllare le mail in ferie? No. Quando hai scritto a Pincopallo per informarlo del fatto che dal giorno X la giorno Y non saresti stata disponibile, ti ha forse risposto per dirti che avrebbe dovuto inviarti dei lavori in quel periodo e chiedendoti cortesemente di farli? No. Ha ignorato le mie mail e ha continuato a scrivermi sbattendosene altamente il cazzo. Hai ricevuto solo tu la mail di HHRR o la han ricevuta tutti? A quel punto ho chiesto a un collega e l’aveva ricevuta pure lui, quindi le teorie complottiste del tipo “Ommioddio mi han scritto solo a me per cacciarmi a pedate e costringermi a vivere sotto un ponte” sono state espulse dalla centrifuga e mandate a stendere.

Infine, ci siam chieste se valesse la pena scrivere all’evanescente capo. In altre occasioni, infatti, la richiesta di delucidazioni circa questioni ambigue ha dimostrato di essere un passo falso. L’ambiguità, infatti, in passato gli ha permesso di concedere al suo team determinati privilegi che non avrebbe potuto concedere alla luce del sole, poiché in netto contrasto con le politiche aziendali.

Diciamo che concede privilegi per omissione.

Sto ancora soppesando, in realtà, se sia meglio avere indicazioni chiare (anche se questo significa rimetterci e perdere qualche privilegio) o vivere costantemente in una zona d’ombra. Vedendo la reazione avuta stamani, propendo per la prima.

Tuttavia, la decisione non spetta solo a me, ma anche alla collega, che pagherebbe le conseguenze delle mie azioni, e in questo momento sta passando per un inferno personale, per cui escludo di romperle il cazzo con questioni lavorative.

Ergo, sticazzi. Io aspetto, non faccio nulla, non rispondo a nessuno, rimango nella mia zona d’ombra ancora per un po’ e chi vivrà vedrà.

Però, ragazzi, che fatica.

In piene ferie mi ritrovo alle sei del pomeriggio incagliata sul divano col sacchettino termico a premere sul collo e con una tisana DuermeBien tra le mani e mi dico che c’è decisamente qualcosa che non va, in me e nell’ambiente lavorativo che mi circonda.

E guess what? Non posso cambiare l’ambiente lavorativo, quindi posso solo cambiare la mia reazione allo stesso.

Fosse facile.

Besos, Deli

Holydays

Sono appena andata a rileggermi il mio ultimo post, per vedere esattamente quando l’avevo scritto.

Scopro così che latito dal blog da quasi un mese.

In realtà ho tentato qualche volta di scrivere, ma alla fine ho sempre piantato i vari post a metà o appena iniziati.

Da quando lavoro di nuovo in presenza, non è più così semplice ritagliarmi 15-20 minuti per scrivere sul blog; non che non abbia tempo libero, anzi, ma era molto più semplice trovare l’ispirazione quando ero obbligata a trascorrere otto ore davanti al mio portatile e, oltretutto, non avevo un cazzo da fare.

C’è da dire, poi, che nell’ultimo mese il lavoro si è moltiplicato di brutto. Dopo mesi e mesi in cui poco ci mancava che la collega ed io ci mettessimo a giocare a burraco, abbiamo iniziato a riceve richieste incessanti e talvolta davvero assurde, a rischio elevatissimo di figure di merda.

Tra l’assenza di lavoro e l’eccesso, preferisco l’eccesso, tuttavia le cose avvenute nel corso di questo mese di marzo avrebbero messo alla prova la pazienza di chiunque.

Per dirne qualcuna: gente che alle 9 del mattino di manda un lavoro che richiede almeno due giorni per essere ultimato e ti chiede di consegnarlo entro le 18:30. Poi ti scrive in chat per chiederti di confermare che hai ricevuto il materiale, ovviamente senza salutare che ‘sti salamelecchi son solo perdite di tempo, e già che c’è di chiede di consegnare il lavoro entro le 16:30. Non paga, poi, continua a chiamare e a scartavetrare i coglioni per chiedere “Quanto manca?” che mi ricorda tanto me quando avevo sei anni e mia madre mi portava a messa la domenica, e ogni cazzo di volta anticipa di mezzora la deadline, tanto per gradire.

Senza scendere nei dettagli, poi, basti pensare al fatto che tutte le mail ricevute (o quasi) sono urgentissime, e che nessuno mette in conto il fatto che tu stia facendo altri lavori, che ti siano arrivate altre richieste “urgentissime” da altri che credono di essere ‘stocazzo. Macché, scherziamo? Io sono io e voi non siete un cazzo.

Questo è il mood generale, insomma.

Ora che sono in ferie, dovrei cercare di staccare un po’, perché non so se si nota ma c’ho giusto un po’ il dente avvelenato. Tuttavia ho commesso l’errore di controllare la mail e di scoprire che, proprio come l’anno scorso, han deciso tutti di fingere che le nostre ferie non esistano, e hanno continuato a chiedere roba senza neanche disturbarsi nel dire “Scusate, so che siete in vacanza, ma c’è stato un imprevisto”. Tuttavia, a differenza dell’anno scorso, in cui peraltro eravamo murate in casa per il lockdown, questa volta abbiamo deciso di ignorare le mail, TUTTE, anche quelle di “pezzi grossi” che si sono guadagnati tale nomea per “meriti” genetici e sticazzi.

Tuttavia, memore dell’esperienza dello scorso anno, mi aspetto in qualsiasi momento un messaggio sul cellulare dal gran capo, per cui ho passato la mattinata finendo il lavoro richiesto dal pezzo grosso in questione. Non lo invierò, perché la mia collega ed io abbiamo deciso insieme di imporre noi dei limiti, dato che nessuno pare disposto a porseli da solo, ma lo salverò su GoogleDrive per averlo sempre a disposizione nel telefono. Così, se dovessi ricevere una chiamata o un messaggio dal capo mentre sono a casa di una amica, in giro a camminare o in spiaggia, potrei inviare il materiale senza vedermi obbligata o correre a casa in preda al panico come è già accaduto altre volte.

Chiusa la parentesi lavoro, le cose da dire circa questo mese di marzo non sono molte e non sono neanche troppo gradevoli.

Sebbene ami questo periodo dell’anno, con le sue giornate più lunghe e più calde, quest’anno non riuscivo a non associarlo al marzo di un anno fa, al primo lockdown. E se il mese di marzo del 2020 è stato un mese fatto di ansia, paura e preoccupazione, per me è stato anche un mese di speranze, irrealistiche nella maggior parte dei casi. Speravo ancora, contro ogni evidenza scientifica, che in estate il virus sparisse per sempre, speravo nella scoperta di un vaccino. Di colpo mi sono rivista un anno dopo, circondata di Novax, con una campagna di vaccinazione che va a rilento, con un anno di più in saccoccia ed un anno in meno trascorso con la mia famiglia, e mi sono accorta di sperare molto meno, a di averne le palle molto più piene.

E sia chiaro, so che tutti -o quasi- ci sentiamo così. So anche di essere fortunata, in un certo modo, dato che sono asociale per carattere, amo poco uscire, adoro stare ore ed ore in casa davanti alla tele. Non oso pensare cosa sia stato quest’anno di pandemia per quelli che ogni sabato escono con gruppi di 30-40 persone per andare in discoteca. O meglio, come presuntuosa asociale che sono penso che buon per loro, magari impareranno a stare soli con sé stessi e smetteranno di piegarsi alle convenzioni sociali che esigono che per divertirsi ci si debba mettere in tiro e uscire con 30 persone con le quali si parla solo di cose insostanziali e che non chiameresti mai in momenti di reale difficoltà o crisi esistenziale, ma questo è il frutto della mia incapacità di concepire che esistano persone che apprezzano cose diverse da quelle che amo io.

Quello che volevo dire è che non sono stufa di non poter uscire, del coprifuoco, nemmeno della mascherina. Certo, si respira meglio senza, è chiaro che vorrei poter viaggiare con maggiore libertà, è ovvio che vorrei rivedere la mia famiglia dopo oltre un anno di distanza. Ma ciò che mi ha davvero rotto il cazzo è la gente. Mi hanno quadrettato le palle i coniugi 55enni su Facebook che commentano post di Diego Fusaro dicendo al malcapitato di turno “Sveglia! Non cielo dicono!”, mi hanno scartavetrato i coglioni i sostenitori dei partiti di estrema destra, mi hanno frantumato lo scroto le tifoserie politiche in generale.

Sono stanca, stufa, disgustata, demotivata, disillusa e tutto questo mi conduce ad una ovvia conclusione: che mi sono rotta il cazzo anche di me stessa.

Non mi piace la me stessa di quest’ultimo mese, non mi piace sentirmi così e comportarmi così e la logica conclusione, poiché non posso cambiare il mondo che mi circonda, è che cerchi di cambiare me stessa e il mio modo di reagire alla porcheria che mi circonda. Questa è una consapevolezza che ho acquisito poco a poco in questo mese di marzo, ma che ho accantonato più volte per dedicarmi al lavoro, o pensando che ormai tanto vale resistere fino alle ferie e poi ci si penserà con calma.

Ecco, ora le ferie sono qui, checché ne dica la mail aziendale, e questo è il mio proposito per i prossimi giorni.

Un beso, Deli

Tedio e sonnolenza

Questa settimana é trascorsa abbastanza rapidamente, seppur costellata da richieste bislacche da persone che difficilmente sanno trovarsi la lingua in bocca. Evito sempre di dare troppi dettagli circa il mio lavoro, ma é un po’ come se a un cardiochirurgo venisse chiesto di operare al cervello un paziente perché intanto, alla fin fine, cardiochirurgo e neurochirurgo son la stessa roba, dai. Ecco, in aggiunta a questo, supponiamo che il chirurgo venga invitato gentilmente a portarsi il bisturi da casa.

Poi, per chiudere in bellezza, dopo una settimana a soffrire leggendo manuali di neurochirurgia, supponiamo che al cardiochirurgo venga detto “aspé, me so sbajato, abbiamo dimenticato di dire al paziente che l’avresti operato tu quindi si é già fatto operare settimana scorsa”.

Cosí é andata la mia settimana.

Per il resto, non ho molto da dire. Dopo 15 giorni di ferie P. parte domani per lavoro. Starà via una sola settimana e ammetto che l’idea di una settimana da sola in casa mi entusiasma non poco.

Sarà l’abitudine, sarà che sono una persona asociale, ma vedere in TV quello che voglio e trovare la casa cosí come l’ho lasciata non ha prezzo.

Nel corso del week end prevedo di fare lungue camminate, cucinare, riordinare casa e uscire con Ali, se sopravvivo alle ultime due ore che mi aspettano qui inchiodata alla scrivania senza un cazzo da fare.

Besos, Deli

Melma

Questa settimana che finisce oggi posso solo definirla come una settimana di melma, in cui ogni passo é stato più difficile del solito proprio perché ero impantanata fino al collo.

Tuttavia, non é successo nulla di particolare che giustifichi la mia tristezza/insofferenza/ennui.

Martedì mi sentivo già molto fiacca e demotivata, ma incolpavo la notte insonne del lunedì dovuta ai dolori mestruali. Purtroppo, però, il malessere e l’insofferenza sono andati in crescendo e il venerdì ero ipersensibile, avevo le palle girate, mi girava la testa e avevo la nausea.

Di buono c’é che nonostante tutto ho invitato Claire a casa giovedì sera, nonostante volessi seppellirmi sotto il piumone a morire in solitudine, e non ho neanche dovuto passare la sera precedente a riordinare perché la casa, ormai, la mantengo presentabile anche quando ho lo stato d’animo di una adolescente prepuberale e i disturbi e gli acciacchi di una ottantaseienne.

Insomma, ho fatto un po’ di vita sociale e ho cucinato piatti pseudo decenti (ad eccezione dell’hot dog del mercoledì sera) nonostante la decadenza fisica e mentale.

Tuttavia, non sono riuscita a placare l’incessante sequenza di pensieri negativi che girava senza sosta nella mia testa: ansie immotivate, ricordi umilianti, prefigurazione di eventi futuri drammatici, cattiverie, invidie, disfattismo, risentimento e via dicendo.

Ormai conosco il meccanismo, so che a volte la mia testa fa un taglia e cuci di situazioni e ricordi selezionati mediante uno scupoloso processo di cherry-picking con il proposito di demolire la mia autostima (ammesso e non concesso che essa esista). Quello che non so, però, é perché lo faccio. E come potrei smettere di farlo.


Niente, questo post l’ho lasciato a metà ieri, giornata in cui parte del malumore era dovuto al lunedì che incombeva. Ora il lunedì é il presente e l’unica cosa che penso é che non sarebbe affatto male se le tipe nuove dell’ufficio se ne andassero e lasciassero me e la collega libere di mangiare in pace e di togliere la mascherina per mezzora. Penso anche che la gatta randagia che credevo morta é riapparsa fuori dall’ufficio e ora han messo una gabbia per catturarla, ma io faccio il tifo per la gatta. Insomma, un lunedì come tanti.

Besos, Deli

Eu não falo português

Ho scritto poco ultimamente, e questo lo si deve al fatto che sto piuttosto bene e sono stata molto occupata.

La visita del capo di cui parlavo nell’ultimo post, alla fine, é avvenuta e, come previsto, non é stata molto utile per comprendere che ne sarà di noi a fine contratto. Tuttavia, una cosa sí é stata chiarita: basta smartworking, si torna in ufficio 5 giorni su 7.

Sarò scema, ma la cosa non mi dispiace del tutto perché da casa risultava davvero difficile concentrarmi e il continuo cambiamento di orario (due giorni con sveglia alle otto e due giorni con sveglia alle nove e mezza) mi scombussolava il sonno.

Comunque richiedetemelo tra un mese, è possibilissimo che cambi opinione.

Detto ciò, sono reduce da un week end di solitudine in cui ho preparato il menù di tutta la settimana (col nuovo orario pranzo sempre fuori e devo organizzarmi se non voglio passare la vita tra il supermercato e i fornelli), ho pulito e riordinato la casa, ho fatto 20 km di camminata, ho acquistato delle nuove scarpe da running e ho lavato l’auto, cosa necessaria dopo la tempesta di sabbia della scorsa settimana.

Ogni tanto, nei momenti morti, mi é venuta la fissa di vedere case e appartamenti in vendita nella mia zona. Il mutuo mi ha sempre spaventata, ma mi guardo intorno sperando di trovare un appartamento con almeno 2-3 camere da letto e una terrazza, vicino al mio amato quartiere, che non cada a pezzi e con un prezzo ragionevole. Sognare non costa niente, del resto!

E quando non faccio il giro dei vari siti delle agenzie inmobiliari uso una app per imparare o portuguêis, rigorosamente do Brasil.

Non che l’apprendimento del portoghese mi serva a qualcosa di particolare, ma mi é sempre piaciuto per come suona. Per rafforzare le mie conoscenze, poi, sto vedendo Big Bang Theory in portoghese su Prime perché, beh, é l’unica serie che ho trovato in portoghese.

Hanno persino tradutto la sigla! Se vi é capitato di vedere Big Bang in italiano o inglese, suggerisco vivamente di cercare su youtube “intro big bang portoghese” per farvi due risate.

E se volete distruggere anche la vostra infanzia, già che ci siete, cercate la sigla di holly e benji in spagnolo e ditemi se vi ricorda qualcosa…

Besos, Deli

Visite inaspettate

Quest’ultima settimana non é andata per niente male. O meglio, tutto attorno a me va come al solito, ma il mio umore é stato generalmente positivo e ottimista.

La novità del momento é che – a quanto pare – il capo (sparito ormai da mesi) farà una comparsata in ufficio la prossima settimana. Le ipotesi vanno dal a) ci rivelerà il nostro futuro tipo oracolo di Delfi b) ci ingnorerà et disprezzerà c) dirà qualche supercazzola tanto per.

Un po’ nervosa la sono all’idea, più che altro perché il capo é un individuo diversamente simpatico e io francamente ho poca voglia di farmi quadrettare le palle in questo periodo. Diciamo che sono giusto un filino irascibile, del tipo che se una persona mi manda due WhatsApp consecutivi la etichetto già come rompipalle e – per farla breve – mi irrita qualsiasi essere vivente ad eccezione di quelli dotati di gommini, vibrisse e canini vampireschi.

Tuttavia di solito le visite del capo fan sí che venga in ufficio la Drama Queen dell’Ufficio del piano di sopra, idola assoluta che generalmente passa dall’euforia al pianto in 3 secondi e che ci diletta sempre con momenti degni della peggior telenovela colombiana.

Insomma, vedremo gli sviluppi di questo inaspettato evento, sperando che si tratti comunque di una visita sporadica e che il Gambero (alias il Capo) non torni ad essere una presenza fissa in ufficio.

Per il resto, qui vicino all’ufficio si era creata una piccola colonia felina e, in particolare, tutte le mattine mi accoglieva una gattina tigrata dal pelo lungo per chiedermi da mangiare. Purtroppo da un paio di giorni non c’é traccia di nessuno dei gattini. So che non erano desiderati qui, infatti dovevo sempre dar loro da mangiare di nascosto per evitare cazziatoni, quindi temo che possano aver fatto loro del male e sono molto triste, più di quanto possa ammettere davanti ai colleghi senza sembrare cojona.

Infine, questa settimana non ho fatto tutto quello che mi ero proposta ma ho fatto molte cose e sto desiderando l’arrivo del week end come non mai, anche se come minimo non arriverò a casa prima delle otto di sera.

Besos, Deli

Disperato tentativo di risalire la china

È ormai da metà gennaio circa che il mio umore è pessimo; ci sono giorni in cui sono triste, altri in cui sono arrabbiata, altri ancora in cui mi sento apatica. Il grigio, si sa, ha diverse sfumature, come afferma quella scellerata che ha scritto Fifty Shades of Grey, ma pur sempre di grigio si tratta.

E ciò che accomuna questa lunga trafila di giornate grigie è che al mattino, quando suona la sveglia, il mio unico desiderio è quello di sparire sotto il piumone in compagnia del gatto; che al lavoro non ho voglia di fare nulla, sono spenta e demotivata e sono disposta a fare qualsiasi cosa pur di sforbiciare mezzora o un’ora dall’orario lavorativo (vedasi questo post, che sto redigendo dopo aver trascorso due ore ad ascoltare video su YouTube e a mangiare latte e biscotti davanti al PC); che i pensieri negativi, un’infinita trafila di ricordi tristi, umilianti e mortificanti, tornano a riprodursi senza sosta nella mia testa e mi inducono a giungere alla conclusione di essere una persona di merda, stronza, egoista e pure un po’ scema; che evito le telefonate, i contatti umani in generale, e più mi sento di merda più voglio murarmi in casa e starmene da sola con le mie serie tv e il mio gatto (desiderio autolesionista che potrebbe anche avverarsi, data la situazione del Covid).

Insomma, non sono in formissima in questo periodo. Eppure sto facendo degli sforzi, sto provando ad ascoltarmi, a capire che cosa non va e ad essermi di aiuto, nonostante la vocina nella mia testa continui a insultarmi senza sosta (è come avere installato nel cervello l’equivalente del gemello cattivo delle telenovelas colombiane). E qualche piccolo, minuscolo risultato lo sto anche ottenendo. Ripensando ai miei periodi grigi del passato, anche solo riuscire a mantenere la casa in ordine, a mangiare – quasi – sempre cose sane, a uscire di tanto in tanto per lunghe camminate, a lavarmi il viso prima di andare a dormire e ad applicare le varie cremine antirughe sono grandi risultati.

Anche se sono gesti semplici, anche se veniamo tartassati da gente che su Instragram pubblica solo foto di piatti gourmet e dietetici, che fa sessioni di esercizio di 5 ore ciascuna e che si spalma creme bio-vegan-cruelty free ad ogni ora del giorno e della notte, io conosco me stessa, e so che fino anche solo ad un anno fa, dopo due settimane come queste, sarei stata perfettamente capace di avere il tavolo del salotto coperto di sacchetti di plastica e briciole di patatine fritte, la fodera del cuscino macchiata di fondotinta perché “che sbatti togliersi il trucco prima di andare a dormire” e il pavimento coperto di palle di pelo di gatto.

Ora, invece, pur continuando a sentirmi una merda, pur sentendomi triste, depressa e priva di stimoli, mi obbligo a trattarmi bene, a fare un piccolo sforzo la sera prima affinché il giorno dopo possa svegliarmi con indosso il pigiama, e non i vestiti del giorno prima (in giornate particolarmente brutte, mi succedeva anche questo), con il viso pulito e non con le ciglia incollate per colpa del mascara, con la mia tazza preferita per il caffè già pronta all’uso vicino al lavandino e senza dei dolori atroci allo stomaco per aver sfogato le mie crisi esistenziali la sera precedente su un Burger King o una pizza messicana con jalapeños.

E saranno anche dei progressi del cazzo per la gente, apparentemente perfetta (o che io immagino come tale), che mi circonda, ma sono progressi veri, tangibili, quantificabili che io vedo nella mia vita quotidiana.

Quindi, per una volta, voglio provare a focalizzarmi su questo e a rispedire il gemello cattivo colombiano a fare in culo.

E ora cerchiamo di lavorare un po’.

Besos, Deli

Livelli di scazzo preoccupanti

Nonostante i miei quotidiani sforzi per cercare di mantenere un minimo di sanità mentale e di equilibrio, l’ambiente lavorativo nel quale mi trovo sta riuscendo – sempre più spesso- a farmi incazzare e a far sì che nella mia testa risuoni, in loop, il video musicale con Barbero che parla di Monsieur Guillotin definendolo come un benefattore.

I fattori scatenanti di questo costante quadrettamento di balle sono i seguenti:

  • Spesso e volentieri la collega ed io non abbiamo alcun lavoro da fare e trascorriamo le ore mestamente osservando lo schermo del PC con sguardo vitreo.
  • Quando, finalmente, riceviamo un lavoro, spesso va consegnato entro 40 secondi, per cui dopo ore trascorse limandosi calli e duroni dei piedi tocca fare le cose velocemente e di merda e tornare al consueto tedio.
  • Da alcuni mesi, persone random mai viste e mai sentite prima condividono con noi l’ufficio e spostano mobili, si siedono alle scrivanie altrui, ecc., per cui ogni giorno che tocca andare in ufficio si teme qualche sorpresa: hanno messo un cactus sulla mia sedia e mi ci devo sedere sopra? Un nuovo collega ha installato una sputacchiera accanto al mio tavolo? Si accettano scommesse!
  • Il capo è una creatura evanescente ed ultraterrena che non vediamo da 1994; diciamo la verità, questa cosa equivale, in parte, all’aver vinto la lotteria, dato che costui è stato soprannominato “Il Gambero” per l’abilità quasi paranormale che possiede di entrare in una stanza di schiena ed uscirne sempre di schiena, senza salutare nessuno. Tuttavia, la sua assenza ci ha lasciate senza una chiara occupazione ed ora siamo alla mercé di gente sconosciuta.
  • È possibile che oltre a Mr. Sputacchiera e a Mr. Mascherina Basculante ora ci tocchi anche dividere gli spazi con un Membro dell’Inquisizione Spagnola.

Ecco. Nonostante il costante training autogeno al quale io e le colleghe ci sottoponiamo costantemente (“Pensa a chi sta in cassa integrazione! Pensa al fatto che abbiamo un buono stipendio! Pensa alle ferie!”), di tanto in tanto rimpiango persino i tempi in cui stavo al call center, e anche se ricevevo palate di merda a scadenze regolari dai clienti, stavo comunque in una impresa conscia del fatto di trovarsi nel XXI secolo e non in un villaggio feudale, in cui il capo faceva i propri interessi e non i tuoi, come è logico, ma almeno esisteva l’ufficio di Risorse Umane, esisteva la consapevolezza del fatto che sebbene per te il dipendente sia un numero, devi comunque sforzarti di trattarlo come una persona, fornirgli spiegazioni, dargli dei feedback.

Tuttavia, sfoghi a parte (e credetemi, mi sono sfogata parecchio tra ieri e oggi), al momento sto percependo un buono stipendio, e non so con certezza che mansioni mi verranno date o se verrò licenziata o non mi rinnoveranno il contratto. Non lo so e non posso saperlo, ma so che mi spettano quasi due mese di ferie prima della scadenza del contratto e che non torno a casa mia da un anno, quindi di rinunciare a questo benefit e di rischiare di trovarmi con un giorno e mezzo di ferie qualora sto cazzo di virus dovesse lasciarci in pace prima dell’estate non se ne parla affatto.

Certo, so anche che continueranno a trattarmi come una merda, che non terranno la mia opinione in considerazione e che mai e poi mai mi verrà concessa l’opportunità di esprimerne una (e forse è un bene, perché lì dentro il fatto stesso di avere un’opinione è sintomo di ribellione), ma mi comunicano dal dietro alle quinte che esiste una sottile strategia per evitare di farsi venire un’ulcera per questo: BATTERSENE IL BELINO.

Ecco, questa è la mia exit strategy: battermene il belino come se non ci fosse un domani.

Sembra facile. Ovviamente non lo è affatto. È molto più semplice a dirsi che a farsi, ma dopo aver esaminato il problema da sola e con altre 4 persone, concordiamo tutte sul fatto che sia la decisione più saggia, quindi ¡adelante!

Besos, Deli

La voglia di scrivere scarseggia

Forse anche per evitare che questo blog diventi un muro del pianto. Ma del resto, questo è il mio sfogatoio, quindi ecco le mie sfolgoranti novità.

Al lavoro le cose vanno leggermente meglio. Dopo un rientro deprimente in cui io e la collega non avevamo assolutamente nulla da fare, ora mi è stato assegnato un piccolo lavoretto che mi ha mantenuta relativamente occupata oggi e si spera lo faccia anche domani e dopodomani.

Da parecchi giorni, ormai, mastico mestizia e preoccupazione perché P. sta avendo problemi piuttosto seri al lavoro. Prima di Natale tutti i suoi turni sono stati cambiati in peggio, distribuendo i suoi giorni liberi a spizzichi e bocconi nel corso del mese. Questa cosa ci ha gettati nello sconforto considerando che lavora a 300 kilometri da casa e che il fatto di avere due settimane libere al mese gli permetteva di passare almeno la metà del mese qui insieme a me.

Poi dallo sconforto siamo passati alla pseudo-rassegnazione (io) e all’incazzatura (lui), per cui il caro P. si è sfogato proferendo epiteti non troppo carini rivolti al suo capo sulla chat dei colleghi. Purtroppo, però, un collega (anonimo) ha spifferato tutto al capo, e così ora siamo in attesa di una riunione di P. con il capo per vedere le possibili conseguenze di tale sconsiderato gesto.

P. è partito giovedì per rientrare al lavoro dopo la consueta settimana libera e da allora non dorme più di 3-4 ore a notte per l’ansia anticipatoria. Oggi gli è stato detto che la riunione si terrà domani e io sono quasi sollevata perché l’attesa è francamente snervante e gradirei sapere di che morte devo morire.

Ad aggravate il tutto, P. ha ben pensato di sfogarsi/cercare consiglio raccontando tutto a mio padre, il quale è entrato in panico e ora mi scrive ogni giorno per chiedere se si è già svolta la riunione, messaggio che io prontamente inoltro a P. alimentando questa disfunzionale spirale di ansia.

Per completare il tutto, poi, mia madre ha preso P. in odio per questo suo gesto sconsiderato, quindi quando chiamo i miei a casa mi allieta con la sua consueta espressione di disappunto e disapprovazione, la stessa espressione che è stata il mio tormento sin dalle elementari quando prendevo un brutto voto, o quando da adolescente non ero la regina del ballo bensì un paria sociale escluso dal gruppetto dei ragazzi più cool.

Insomma, all’ansia per la situazione lavorativa instabile di P. e per i nuovi turni, che sono entrati ufficialmente in vigore e ci impediranno di vederci spesso, ci si aggiunge anche l’eterno conflitto con i miei e tutto il bagaglio di traumi e rancori infantili e adolescenziali che una si aspetterebbe di avere archiviato alla veneranda età di 31 anni ed essendosi trasferita a 3500 km da casa, ma tant’è rimangono lì.

E allora rimugino, mastico i pensieri e cerco di mandarli giù, mi obbligo ad affrontare un problema alla volta e quando il dolore al collo indotto dallo stress non mi da tregua mi butto sul divano col sacchettino termico al profumo di lavanda contro la schiena, una tisana fumante in mano ed un film degli anni ’60 sullo schermo della televisione.

Sono in perenne lotta contro i pensieri funesti e qualche volta, miracolosamente, riesco quasi a spuntarla, ma si fa davvero fatica.

Pur sentendomi orgogliosa del fatto di essere riuscita, più o meno rapidamente, a recuperare giornate che sembravano destinate a perire sotto il peso della negatività obbligandomi a uscire, fare lunghe camminate, invitare una amica a casa o andare a bere un caffè, penso spesso all’eventualità di ricorrere – come già fatto anni fa – all’aiuto di uno psicologo, un professionista che renda meno impervia questa mia scalata verso la serenità e la sanità mentale, ma mi trastullo ancora con l’idea di fare da sola (sbagliando, molto probabilmente).

Besos, Deli