20 giorni dopo

Sono rientrata dalle ferie esattamente 20 giorni fa. 20 giorni in cui avrei voluto scrivere, ma alla fine non l’ho fatto per pigrizia e perché speravo, con commovente innocenza, che iobloggo fosse riesumato (cosa che è avvenuta solo in parte).

In questi giorni non si può dire che abbia fatto molto. A parte pulire la casa per poi vederla ricadere nel disordine nel giro di un’ora, ed incazzarmi con Pe., che lascia perennemente dietro di sé una scia di briciole, recipienti di plastica, cartoncini, opuscoli inutili con pubblicità dei supermercati e – ovviamente – calzini lerci.

Non che io sia ordinata o ossessionata dal pulito, anzi! Ma penso che se lui vivesse solo cambierebbe le lenzuola ogni 2-3 anni, per dire.

Chiusa la parentesi da desperate housewife, non resta molto da dire, salvo che ho disatteso quasi tutti i miei propositi per l’anno nuovo.

Continuo a fumare come una ciminiera.

Ad esclusion e della mia amica/dirimpettaia, non sono uscita con nessuno in queste settimane, e non ho neanche chiamato per telefono la mia famiglia o i miei amici lontani. Insomma, isolamento massimo.

A questo si aggiunga che per domani avevo mezzo organizzato di uscire con una amica che non vedo da tempo e già mi viene male all’idea di dovermi pettinare, vestire, di dover andare in centro, ecc.

Sul lavoro ho notato un minimo miglioramento. Continuo a pensare che l’ambiente sia tossico e mi perseguitano mille orgasmiche fantasie mentali in cui sfanculo il mio capo; alcuni colleghi continuano a sembrarmi falsi quanto una moneta da 3 euro, ma a volte sono riuscita a limitare i danni (ovvero a non comportarmi da psicotica e a calmarmi un po’) adottando un atteggiamento pseudo-buddhico del tipo: non nutrire rancore, ridimensiona le cose, calmati, sii la persona equilibrata che vorresti essere, etc.

Gli effetti di questo tipo di ‘pensiero’ mi sono parsi davvero portentosi, e dire che il mio proposito di meditare almeno un minuto al giorno è stato – come no – sfanculo.

Dei tre libri che ho comprato non ne ho letto neanche mezzo.

In aggiunta a questo, i gattini hanno problemi di salute, per i quali bisogna spendere tempo, denaro e preoccupazioni.

Detto ciò, mi attendono sei ore di lavoro (5 e mezza) prima di un week end lungo e la mia attitudine buddhica è andata a farsi benedire ieri sera, quando il mio portatile si è rotto, impedendomi di giocare con i Sims sino alle 2 di notte.

Besos, Deli

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New beginnings

La spirale emotiva delle ferie si avvicina al termine. Non posso dire di averla gestita benissimo, visti i post amareggiati e trasudanti negatività.

Ci sono voluti vari antidoti: un pomeriggio a casa con mamma, sorella e nipotina giocando a hotel, un caffè con la Eli in un bar caldo e accogliente, mentre fuori si congelavano le strade e le punte dei nasi, una lunga chiacchierata con Ju parlando del passato, del presente, del futuro, di lavoro, sogni, benessere, meditazione.

Ci sono volute le pagine di un libro che prova a insegnarti ad ascoltare te stessa, a farti credere che sì, è possibile cambiare, non tutte le liste dei buoni propositi devono rimanere disattese. Basta imparare a compilarle davvero con ciò che vogliamo e di cui abbiamo bisogno.

Non è facile sapere quello che si vuole davvero. Proprio per questo, a volte, “not getting what you want is a wonderful stroke of luck”.

Besitos, Deli

Capodanno

Non sono stata capace di andare a casa della mia amica con altre persone che non conosco, anche se è stata carina a invitarmi.

Non esco con nessuno da un paio di giorni; ieri pomeriggio ho fatto mezz’ora d’auto per vedere E., ma quando sono arrivata lei aveva il cellulare scarico, così non ci siamo trovate, sebbene abbia provato a chiamarla cento volte.

Sono rimontata in macchina sentendomi triste, una sensazione che mi accompagna da tutta la vacanza, non mi smolla. È sempre la solita storia. Quando sono in Spagna mi lamento del lavoro, mi sento inadeguata, cerco di evitare le uscite e sento sempre di stare un passo indietro. Convivo con la sensazione costante che ci sia qualcosa che non va, in me. Però ho Pe, che rende meno tristi e patetiche le serate vedendo la TV, che mi ascolta, mi parla e sta con me così com’è e mi prende così come sono. Mai, nemmeno una volta mi ha fatto pensare di volermi diversa da come sono, esteticamente o in qualsiasi altro senso, ed io sono una insicura cronica, quindi non è poco.

Poi c’è Ali, per le chiacchierate al bar, le passeggiate, i caffè notturni, le serie TV che ormai sappiamo a memoria.

In Spagna c’è una vita che è tutt’altro che piena, con lunghi week end privi di impegni, mesi senza cenare fuori, senza andare al cinema.

In Italia, però, il vuoto è ancora più fagocitante. Nessuna amica che vive a 10 metri da casa, disposta ad uscire proprio nella frangia oraria in cui la mia sociopatia si mette a tacere per mezz’ora. Nessun lavoro. Nessun fidanzato con cui vedere un film o fare una passeggiata.

In Italia torno ad essere quella che ero a 15 anni: una ragazzina un po’ sfigata, senza amici, senza un fidanzato, bisognosa d’affetto, schiava del giudizio di mamma e papà, che mi vedono triste e sola e provano un mix di tristezza, delusione, forse persino vergogna. A chi piace avere un perdente in famiglia?

Ecco i miei sfavillanti pensieri in vacanza, nelle poche settimane all’anno che passo con i miei, e che io sento il dovere di passare al meglio, giacché sono una figlia degenere che se n’è andata all’estero abbandonando tutti.

Mi rileggo, e mi rendo conto di dire una marea di stronzate e di aver bisogno di qualcuno che mi aiuti a sciogliere questi nodi che instancabilmente intreccio nella mia testa, uno a uno, fino a liberarmene, ci volessero anche anni a farlo.

E infatti mica per niente ogni volta che torno in Italia mi riprometto di riprendere la terapia dallo psicologo.

Quante ferie dovrò amareggiarmi per decidermi a farlo davvero?

D’accettano scommesse.

Inadeguata

Poi mi rendo conto che a casa mia, o almeno in quella che ho chiamato casa per 26 anni, non ci sto bene. Mi sento inascoltata dalle uniche persone che mi vogliono e mi vorranno sempre bene, non fosse altro perché hanno il mio stesso corredo genetico.

Eppure ho la sensazione di non esistere, di non essere nulla più che figlia, sorella, cognata. Non sono Delilah, una persona fatta e (quasi) finita, con idee, una vita da adulta cazzo, da fottuta adulta, con dei sentimenti. Io sto lì, a uno e consumo degli altri, riempire la casellina, la sedia che rimane vuota quando sono lontana, anche se poi quando sono vicina e la sedia è occupata nessuno sembra essere interessato a me o alle mie parole.

Le mie “amiche” non hanno nulla da dirmi o da chiedermi ne voglia di vedermi.

Al lavoro mi sento sempre (o quasi) l’ultima ruota del carro, quella che non è simpatica, non si sa integrare. La maledetta goccia d’olio nella bottiglia d’acqua.

E allora mi chiedo: se non mi incastro mai da nessuna parte, non sarò forse io il pezzo difettoso del puzzle?

O forse, facendo un po’ di psicologia spicciola, ho un bel po’di traumi e paturnie legati alla mia relazione con la mia famiglia che condiziona tutte le mie relazioni interpersonali e che si esaspera quando torno qui, seppur per poco?

Questo ragionamento sembra filare liscio come l’olio, ma il mio cervello non è al 100% ora, e la psicologia spicciola diciamolo, non è che sia il massimo della tua vita.

Forse un bell’investimento da uno psicologo non sarebbe malaccio, dato che me lo riprometto ogni volta che torno a casa e puntualmente lo accantono al ritorno,per poi riprodurre questo delizioso circolo vizioso.

Distruzione et devastazione

All’una arrivano tutti a casa e parte il valzer delle mille portate: cinque antipasti, agnolotti, carne, torta, caffè e ammazzacaffe. Fortunatamente la bimba mi trascina nel suo mondo fatto di giochi e bambole, allontanandomi da quei frammenti di discorsi maschilisti, omofobici, islamofobici e, in ultima analisi, orgogliosamente ignoranti e qualunquisti.

Sbrilluccicano gli anelli, il servizio di piatti buono, le bottiglie di vino, ma la conservazione di brillante non ha proprio nulla.

Ascolto e abbasso lo sguardo, pensando che proprio non riesco, non sono capace di fare come mia sorella, che sorride a tutto e pensa solo al suo perfetto marito, alla sua bella casa, alla sua adorabile bambina, al nuovo anello.

Una bambina a volte la vorrei anche io, per tornare a usare i colori, a pettinare le bambole, a credere nella magia, ma poi penso a quello che viene dopo, alle disillusioni, alle brutture, e mi passa la voglia.

Le chiacchiere intanto continuano, e la conversazione sul mio lavoro, un lavoro della Madonna, che tutti quelli che hanno fatto i miei studi desideravano, ben pagato, intellettualmente stimolante, viene archiviata in 30 secondi. Più interessante il lavoro di mia sorella come commessa part time.

Un lavoro, per figo che sia, non vale un cazzo di niente se vivi in un appartamento con una sola stanza da letto e senza giardino.

Io in quell’appartamento piccolo, seduta sul divano vicino al mio Pe a parlare, mentre i miei gattini mi fanno le fusa, mi sento felice di una felicità vera, piena.

Ma a volte quando sono qua mi fa fatica ricordarlo, dato che nessuno sembra volerlo credere.

Alle otto meno venti finalmente il casino di dissipa, tutti se ne vanno via ed io rimango sola con i miei. Il lato destro della testa sembra essere trafitto da una lama, il naso è sempre più tappato e io non so se prendere una pastiglia, coricarmi o bere una tisana calda.

Alla fine prendo la pastiglia, bevo la tisana e mi metto a letto con la sveglia. Ho poco più di una ora di tempo prima di uscire con il mio migliore amico che vive all’estero anche lui e che non vedo mai, col quale pianifico questa uscita da mesi. Nel giro di venti minuti mi trovo in bagno abbracciata alla tazza con i conati di vomito, e la testa martella ancora più forte.

Manca davvero poco all’ora dell’appuntamento e inizio a tenere di non farcela a mettermi al volante e uscire. Alla fine gli scrivo dicendo che sto male, pensando che ormai non mi passa più in tempo, e che non posso tirargli un bidone proprio all’ultimo secondo.

Rimandiamo a una data diversa, con il rischio che salti tutto, dato che quando lui torna a casa ha mille persone da vedere e sta sempre pochi giorni.

È più furbo di me, che tornando due settimane ne trascorro sempre una murata in casa, dato che tutti rimandano l’uscita con me sapendo di avere tutto il tempo del mondo per vedermi. Poi passare capodanno qui senza avere una cippa da fare sarà proprio il massimo, affatto deprimente mi han detto.

Ma in tutto questo, sapete cosa mi fa incazzare ancora di più?

Sono le 22:17 e il mio malessere è sparito, evaporato nel nulla, così come il mio amico, che ormai sarà a casa.

E così rimango a letto, non ho visto l’unica persona che mi avrebbe fatto davvero bene vedere oggi, e i momenti in famiglia per i quali si suppone che torno a casa li ho passati detestando ogni sillaba di ciò che veniva detto.

No, non ci siamo proprio.

Natale

Il salone di mia sorella, sempre ordinato e decorato alla perfezione. La tavola è perfetta, le mille pietanze passano tra i commensali che parlano un po’ troppo ad alta voce, ridono, ripropongono frasi e battute già sentite uno, due, cinque anni fa.

Provo un leggero disagio per le orecchie ovattate per colpa del raffreddore, per quella gonna che pensavo fosse elegante ma è troppo corta. Al quarto antipasto inizia a stringere parecchio. Sto seduta sul bordo della sedia, cercando di coprirmi con il tessuto scarno della gonna, cercando di sorridere, di ignorare il casino.

Che poi a me il Natale ha sempre fatto cagare, come quasi tutti gli eventi mondani che prevedono di stare ore e ore inchiodata a un tavolo fingendo che ti interessi l’altrui opinione su macchine, antifurti, il governo gialloverde, la raggi, le pensioni, ecc.

Solo che poi sono andata a vivere all’estero, e di colpo quella giornata pallosa del Natale è diventata un simbolo, un amuleto contro tutti quei mesi lontana da casa. Almeno a Natale, si deve stare in famiglia. Lo dicono le pubblicità dei panettoni e dei pandori, lo dicono un po’ tutti, e alla fine la pressione sociale si sa, prevale sempre.

E così si torna, e come sempre è un po’un viaggio nel tempo, oltre che nello spazio, e io torno a essere una quindicenne che al pranzo si annoia, che non è accompagnata – perché il mio lui è in Spagna -, che non parla quasi e quando lo fa quasi nessuno l’ascolta. Il tutto però con l’aggiunta e il senso di colpa di una quasi trentenne che ha scelto una strada diversa, che è andata lontano, non ha una casa con 13 stanze, non cucina, non ha un anello al dito,non ha figli e, dicendo apertamente quello che i miei pensano – non sa vivere nel modo giusto.

E boh, mi ci mancano una manciata di brufoli e la crisi esistenziale direi che ce l’abbiamo tutta.

Una pagina bianca da riempire

Approdo qui dopo undici lunghi giorni di latitanza di iobloggo, undici giorni ricaricando continuamente la pagina,nella speranza di vedere apparire di nuovo quelle centinaia di pagine fatte di me, della mia vita.

Ci spero ancora che tornino a comparire, prima o poi, ma nel frattempo la voglia di scrivere era troppa per rimanere con le mani in mano.

Il mio primo blog l’ho iniziato a 20 anni. Ero impantanata in una relazione orrenda, da cui poi uscii. Andavo all’università. Fuori casa c’era la neve e io stavo in cameretta davanti al computer a parlare con i miei amici nella chat di facebook. Mi ci ero iscritta da poco, era tutto un tripudio di richieste d’amicizia, di test stupidissimi, di album con 9000 foto scaricate dalle macchinette fotografiche digitali.

Ero molto meno sola allora di quanto non lo sia adesso. A vent’anni gli amici sono una cosa serissima, li vedi tutti i giorni o quasi, ci passi il sabato sera, ci parli per ore su facebook o su Messenger (all’epoca).

Eppure volevo qualcos’altro, un angolino solo mio, per riempire quei pomeriggi ovattati dalla neve, per raccontarmi e per leggere di altre persone, senza volto ma le cui vite, case, famiglie immaginavo. E così finii su splinder, con un nikname ridicolo.

Non sapevo che nel giro di un anno avrei trovato una delle mie migliori amiche e che avrei perso la testa per il mio migliore amico, cosi come ignoravo che l’estate seguente avrei conosciuto G., il mio primo grande amore condiviso, il primo che mi ha fatto sentire amata, nella maniera assurda e leggermente fuori di testa dei poco più che ventenni, le cui grandi ubriacature finiscono sempre con un feroce mal di testa.

E nel mezzo di quella grande ubriacatura sparì tutto quanto, incluso il blog, inghiottito dalla fine di splinder senza lasciare alcuna traccia.

2012. La storia con G. finisce e io piango, soffro, perdo peso e mi aggrappo disperatamente all’università, ai libri,ai film in bianco e nero, alle amiche di infanzia e più recenti che mi sopportano e poco a poco mi trascinano fuori dalla melma in cui sono sprofondata.

Mi aggrappo anche a una nuova isola, un piccolo porto di parole e pensieri, che a volte sembrano sgorgare meglio nella solitudine, nel dolore. Il mio nuovo porto si si chiamava manysidesofme.iobloggo.com e mi ha vista raccontare serate epiche, sofferenze, amori e avventure, l’erasmus, un nuovo amore, le paure, la fine dell’università, il lavoro,i lavori, il trasferimento all’estero, le colpe, la monotonia, una vita sospesa in due paesi, aggrappata al passato o rivolta al futuro, con speranza o paura, ultimamente più la seconda.

Godermi il presente non è mai stato il mio forte, ma imprimirlo in un foglio virtuale mi ha aiutata sempre a renderlo piu vero, a ricordarmi che esiste, davvero.

E allora eccomi qui, a ventinove anni, nella stessa stanza, in vacanza a casa dei miei, dove torno sempre ad essere, nel bene o nel male, quella ventenne che scriveva pagine e pagine ogni sera, che si sentiva un po’ inadeguata, che voleva qualcosa a cui non sapeva dare un nome. Delilah approda in questo nuovo porto ed inizia una nuova pagina, di nuovo.