Livelli di scazzo preoccupanti

Nonostante i miei quotidiani sforzi per cercare di mantenere un minimo di sanità mentale e di equilibrio, l’ambiente lavorativo nel quale mi trovo sta riuscendo – sempre più spesso- a farmi incazzare e a far sì che nella mia testa risuoni, in loop, il video musicale con Barbero che parla di Monsieur Guillotin definendolo come un benefattore.

I fattori scatenanti di questo costante quadrettamento di balle sono i seguenti:

  • Spesso e volentieri la collega ed io non abbiamo alcun lavoro da fare e trascorriamo le ore mestamente osservando lo schermo del PC con sguardo vitreo.
  • Quando, finalmente, riceviamo un lavoro, spesso va consegnato entro 40 secondi, per cui dopo ore trascorse limandosi calli e duroni dei piedi tocca fare le cose velocemente e di merda e tornare al consueto tedio.
  • Da alcuni mesi, persone random mai viste e mai sentite prima condividono con noi l’ufficio e spostano mobili, si siedono alle scrivanie altrui, ecc., per cui ogni giorno che tocca andare in ufficio si teme qualche sorpresa: hanno messo un cactus sulla mia sedia e mi ci devo sedere sopra? Un nuovo collega ha installato una sputacchiera accanto al mio tavolo? Si accettano scommesse!
  • Il capo è una creatura evanescente ed ultraterrena che non vediamo da 1994; diciamo la verità, questa cosa equivale, in parte, all’aver vinto la lotteria, dato che costui è stato soprannominato “Il Gambero” per l’abilità quasi paranormale che possiede di entrare in una stanza di schiena ed uscirne sempre di schiena, senza salutare nessuno. Tuttavia, la sua assenza ci ha lasciate senza una chiara occupazione ed ora siamo alla mercé di gente sconosciuta.
  • È possibile che oltre a Mr. Sputacchiera e a Mr. Mascherina Basculante ora ci tocchi anche dividere gli spazi con un Membro dell’Inquisizione Spagnola.

Ecco. Nonostante il costante training autogeno al quale io e le colleghe ci sottoponiamo costantemente (“Pensa a chi sta in cassa integrazione! Pensa al fatto che abbiamo un buono stipendio! Pensa alle ferie!”), di tanto in tanto rimpiango persino i tempi in cui stavo al call center, e anche se ricevevo palate di merda a scadenze regolari dai clienti, stavo comunque in una impresa conscia del fatto di trovarsi nel XXI secolo e non in un villaggio feudale, in cui il capo faceva i propri interessi e non i tuoi, come è logico, ma almeno esisteva l’ufficio di Risorse Umane, esisteva la consapevolezza del fatto che sebbene per te il dipendente sia un numero, devi comunque sforzarti di trattarlo come una persona, fornirgli spiegazioni, dargli dei feedback.

Tuttavia, sfoghi a parte (e credetemi, mi sono sfogata parecchio tra ieri e oggi), al momento sto percependo un buono stipendio, e non so con certezza che mansioni mi verranno date o se verrò licenziata o non mi rinnoveranno il contratto. Non lo so e non posso saperlo, ma so che mi spettano quasi due mese di ferie prima della scadenza del contratto e che non torno a casa mia da un anno, quindi di rinunciare a questo benefit e di rischiare di trovarmi con un giorno e mezzo di ferie qualora sto cazzo di virus dovesse lasciarci in pace prima dell’estate non se ne parla affatto.

Certo, so anche che continueranno a trattarmi come una merda, che non terranno la mia opinione in considerazione e che mai e poi mai mi verrà concessa l’opportunità di esprimerne una (e forse è un bene, perché lì dentro il fatto stesso di avere un’opinione è sintomo di ribellione), ma mi comunicano dal dietro alle quinte che esiste una sottile strategia per evitare di farsi venire un’ulcera per questo: BATTERSENE IL BELINO.

Ecco, questa è la mia exit strategy: battermene il belino come se non ci fosse un domani.

Sembra facile. Ovviamente non lo è affatto. È molto più semplice a dirsi che a farsi, ma dopo aver esaminato il problema da sola e con altre 4 persone, concordiamo tutte sul fatto che sia la decisione più saggia, quindi ¡adelante!

Besos, Deli

La voglia di scrivere scarseggia

Forse anche per evitare che questo blog diventi un muro del pianto. Ma del resto, questo è il mio sfogatoio, quindi ecco le mie sfolgoranti novità.

Al lavoro le cose vanno leggermente meglio. Dopo un rientro deprimente in cui io e la collega non avevamo assolutamente nulla da fare, ora mi è stato assegnato un piccolo lavoretto che mi ha mantenuta relativamente occupata oggi e si spera lo faccia anche domani e dopodomani.

Da parecchi giorni, ormai, mastico mestizia e preoccupazione perché P. sta avendo problemi piuttosto seri al lavoro. Prima di Natale tutti i suoi turni sono stati cambiati in peggio, distribuendo i suoi giorni liberi a spizzichi e bocconi nel corso del mese. Questa cosa ci ha gettati nello sconforto considerando che lavora a 300 kilometri da casa e che il fatto di avere due settimane libere al mese gli permetteva di passare almeno la metà del mese qui insieme a me.

Poi dallo sconforto siamo passati alla pseudo-rassegnazione (io) e all’incazzatura (lui), per cui il caro P. si è sfogato proferendo epiteti non troppo carini rivolti al suo capo sulla chat dei colleghi. Purtroppo, però, un collega (anonimo) ha spifferato tutto al capo, e così ora siamo in attesa di una riunione di P. con il capo per vedere le possibili conseguenze di tale sconsiderato gesto.

P. è partito giovedì per rientrare al lavoro dopo la consueta settimana libera e da allora non dorme più di 3-4 ore a notte per l’ansia anticipatoria. Oggi gli è stato detto che la riunione si terrà domani e io sono quasi sollevata perché l’attesa è francamente snervante e gradirei sapere di che morte devo morire.

Ad aggravate il tutto, P. ha ben pensato di sfogarsi/cercare consiglio raccontando tutto a mio padre, il quale è entrato in panico e ora mi scrive ogni giorno per chiedere se si è già svolta la riunione, messaggio che io prontamente inoltro a P. alimentando questa disfunzionale spirale di ansia.

Per completare il tutto, poi, mia madre ha preso P. in odio per questo suo gesto sconsiderato, quindi quando chiamo i miei a casa mi allieta con la sua consueta espressione di disappunto e disapprovazione, la stessa espressione che è stata il mio tormento sin dalle elementari quando prendevo un brutto voto, o quando da adolescente non ero la regina del ballo bensì un paria sociale escluso dal gruppetto dei ragazzi più cool.

Insomma, all’ansia per la situazione lavorativa instabile di P. e per i nuovi turni, che sono entrati ufficialmente in vigore e ci impediranno di vederci spesso, ci si aggiunge anche l’eterno conflitto con i miei e tutto il bagaglio di traumi e rancori infantili e adolescenziali che una si aspetterebbe di avere archiviato alla veneranda età di 31 anni ed essendosi trasferita a 3500 km da casa, ma tant’è rimangono lì.

E allora rimugino, mastico i pensieri e cerco di mandarli giù, mi obbligo ad affrontare un problema alla volta e quando il dolore al collo indotto dallo stress non mi da tregua mi butto sul divano col sacchettino termico al profumo di lavanda contro la schiena, una tisana fumante in mano ed un film degli anni ’60 sullo schermo della televisione.

Sono in perenne lotta contro i pensieri funesti e qualche volta, miracolosamente, riesco quasi a spuntarla, ma si fa davvero fatica.

Pur sentendomi orgogliosa del fatto di essere riuscita, più o meno rapidamente, a recuperare giornate che sembravano destinate a perire sotto il peso della negatività obbligandomi a uscire, fare lunghe camminate, invitare una amica a casa o andare a bere un caffè, penso spesso all’eventualità di ricorrere – come già fatto anni fa – all’aiuto di uno psicologo, un professionista che renda meno impervia questa mia scalata verso la serenità e la sanità mentale, ma mi trastullo ancora con l’idea di fare da sola (sbagliando, molto probabilmente).

Besos, Deli

2021

Riapprodo qui ad anno nuovo già inoltrato senza saper bene che raccontare.

In queste ferie ho staccato totalmente dal lavoro, ho cucinato lauti manicaretti, ho bevuto innumerevoli caffé ed ho camminato un botto lungo la riva del fiume ascoltando podcast o, in alternativa, in compagnia di P.

La situazione lavorativa di P. si é deteriorata ulteriormente e ora abbiamo persino paura che lo licenzino. Ergo bisogna sperare che ciò non accada, anche se questo significa vedersi col contagocce e macinando kilometri e kilometri ogni settimana.

Questi pensieri sono stati prontamente scacciati a pedate nel corso delle ferie a colpi di tazze di cioccolata calda, copertine pelose e film pigri sul divano, ma oggi son tornati con prepotenza a reclamare protagonismo, dato che riprende il solito tran tran.

Fuori piove e il clima é grigio ed il mio umore non é scoppiettante, ma me ne sbatto il cazzo.

La situazione é questa, ormai il mondo va al contrario, non torno a casa da un anno, dei microcefali hanno invaso il Congresso, stiamo vivendo una pandemia.

O imparo a fregarmene un po’, almeno delle cose che non sono in mio potere, o affondo, e tra le due scelgo la prima, sono stanca di annaspare.

Besos, Deli

Io boh

Non era sufficiente che tutti i turni di P. fossero stati cambiati a partire dall’anno nuovo, per cui a partire dall’1 di gennaio per vederci dovremo fare i salti mortali e trascorrerò più di un fine settimana in auto per oltre 300 km.

No.

Adesso si scopre anche che una persona che lavora con lui è stata a stretto, strettissimo contatto, con un positivo al Covid. E così si aspetta che a questa persona venga fatto il tampone, ma dato che le cose devono sempre raggiungere un livello ulteriore di complicazione, invece di farglielo ieri è stato rimandato a venerdì. E P., che dovrebbe tornare a casa proprio venerdì mattina, ora non sa che fare.

Perché se il tizio che lavora con lui dovesse essere positivo, allora dovrebbero fare il tampone pure a lui, e ci manca solo che sia positivo, che lo attacchi a me e che, a catena, finiscano in quarantena anche le mie colleghe e, già che ci siamo, mezza Spagna. Però. Però, è l’ultima settimana piena da passare insieme, l’ultima prima del cambio di orario del cazzo.

Ancora non sappiamo bene che fare, ma la cosa ancora più esilarante è che, qualora decidesse di rimanere lì in attesa del risultato del tampone del collega, qualora questi desse positivo, a prescindere dal risultato del tampone di P., dovrebbe stare in isolamento almeno 10 giorno.

Ecco, e indovinate quanto manca al Natale? Esatto! 9 giorni.

Meno male che a distrarmi ci pensa il lavoro… (pausa carica di aspettativa)… ah, già, il lavoro.

Ieri io e la collega abbiamo finito l’ultimo lavoro che dovevamo concludere. Un lavoro che, peraltro, abbiamo trascinato all’inverosimile giusto per non rimanere a mani vuote.

E meno male che per il momento continuiamo per metà della settimana a lavorare in smart-working, perché almeno a casa puoi spadellare, fare una lavatrice, pulire i pavimenti, franare sul divano e dichiarare a pieni polmoni “sticazzi!”

Ma domani e dopodomani attendono al varco 16 lunghe ore di ufficio. Un ufficio deserto, nel mezzo del nulla, al quale mai nessuno si reca ad eccezione di qualche gatto randagio che viene a elemosinare cibo. 16 ore da passare osservando il PC e lo schermo del cellulare, chiedendoti che cazzo ci stai a fare lì, sentendoti una merda perché a fine mese ricevi uno stipendio che sai che non ti sei meritata, ma del quale non puoi di certo fare a meno, soprattutto considerando che le offerte di lavoro su infojobs sono del calibro: LAVORO PART-TIME STIPENDIO 2000 EURO + COMMISSIONI.

Ceeeeerto, ci crediamo tutti. Non si tratta assolutamente di una truffa piramidale, come ti può venire in mente una cosa del genere?

Meno male che il capo non si palesa in ufficio dal 1992. Da una parte la mancanza di lavoro, di progetti e di motivazione si deve alla sua assenza, ma dall’altra è una persona orribile e deprecabile e, francamente, almeno in sua assenza posso leggermi un libro in formato PDF o farmi i cazzi miei senza dover pure “fingere” di lavorare.

Insomma, questo 2020 non ne vuole proprio sapere di mollare la presa ed essere un po’ meno infame. Ha deciso di farsi assegnare il nome di annus horribilis e ci sta riuscendo alla grandissima.

Tuttavia, qualcosa di buono, andando proprio a grattare la superficie, c’è.

Perché ieri, dopo una giornata noiosa e improduttiva, una amica mi ha scritto per venire a trovarmi a casa. Io mi sentivo triste, nervosa, leggermente scazzata, e la casa era un po’ sottosopra, ma le ho detto di sì, ho riordinato velocemente ed abbiamo parlato un sacco, ci siamo divertite, abbiamo riso, abbiamo pianto e ci siamo capite. E cazzo, mal comune mezzo gaudio è una enorme stronzata, non ci si deve rallegrare delle disgrazie altrui. Ma trovare qualcuno che ti capisce, che è passato per un problema che ti trovi ad affrontare tu, beh, fa sentire infinitamente meno soli.

Besos, Deli

Il 2020 continua a distribuire padellate sui denti

È già da mesi che circolano infiniti meme che tentano invano di ironizzare su questo fantastico 2020 paragonandolo a personaggi odiatissimi delle serie tv o altri cataclismi e rotture di cazzo, e se i primi due o tre meme erano fin divertenti, al quarantesimo iniziano francamente a quadrettare i coglioni.

Eppure, dopo quest’ultima settimana, non riesco a fare a meno di pensare che questo fottuto 2020 è veramente una merda avvolta in cellophane.

Non bastava una pandemia globale, l’impossibilità di vedere la famiglia per un anno, l’aver trascorso almeno metà dell’anno in bilico su un filo, ritrovando l’equilibrio a giorni alterni, dopo aver osservato il precipizio da molto vicino. No.

Adesso, a 10 giorni dal Natale – un Natale del cazzo e lontana da casa (sia quella della mia famiglia che la mia attuale) – tutti i turni di P. sono stati totalmente modificati dal giorno alla notte, e se prima faceva una settimana di lavoro e una a casa, una di lavoro e una a casa, adesso avrà un bell’orario del cazzo con tre giorni di lavoro, due a casa, quattro di lavoro, quattro a casa, ecc.

Considerando che il suo luogo di lavoro si trova a tre ore d’auto dalla nostra casa, potete ben capire che ci hanno praticamente sfanculato l’esistenza.

Le belle notizie del venerdì pomeriggio.

E così il sabato e la domenica li ho trascorsi in un vortice di autodistruzione, incastonata sul divano a vedere un episodio dopo l’altro di YOU (così, giusto per mantenere alto l’umore), mangiando le quattro minchiate che avevo in frigo perché di uscire di casa non mi andava e di fare la spesa ancora meno. E P. ed io abbiamo parlato, discusso, pianto, rigorosamente per telefono. Aspettiamo che ti trasferiscano in un centro di lavoro più vicino a casa? Ti licenzi? Ci lasciamo? Ti amo? Mi ami?

Una meravigliosa montagna russa emotiva, culminata con un sabato sera trascorso china sul cesso a vomitare tutto il pranzo, perché lo stress io li mangio boccone per boccone che poi intanto ci pensa lo stomaco a sputarlo fuori con la bile.

La questione è questa: P. è stato disoccupato per anni, è saltato da un impiego sottopagato a un altro per anni, con turni di 40 ore che sul contratto erano 20, ferie non pagate, stipendi di 500 euro per un full-time e altre meraviglie dell’attuale mercato del lavoro spagnolo incancrenito. Questo è il suo primo posto fisso e pagato decentemente, ed è comprensibile che lasciarlo lo spaventi.

Io, però, sono una stronza che cinque anni fa ha dato il salto ed è andata a vivere in un Paese straniero, e anche se ho avuto l’immensa fortuna di trovare lavoro prima di trasferirmi e mi trastullavo da anni con l’idea di andare a vivere all’estero, il coraggio per dare il salto e la decisione di venire proprio qui, in questa città (che, diciamolo, non è proprio l’ombelico del mondo) l’ho trovato anche perché qui c’era lui, il mio fidanzato.

Sono passati 5 anni, e l’idea di mollare di nuovo tutto e raggiungere lui mi risulta inaccettabile. Non solo per il mio lavoro, che sebbene sia privo di senso è comunque un lavoro della madonna che mai nella vita avrei pensato di trovare, ma soprattutto perché mi sono costruita a fatica una vita, delle abitudini, delle amicizie, e se la me del 2015 aveva voglia, in parte, di rimescolare le carte e partire da zero (e pure avendone voglia non è stato un cazzo facile), la me di adesso non se la sente proprio.

Ecco, tra sabato e domenica pensavo a tutte queste cose, e non mi abbandonava l’immagine di me stessa, trentunenne, single, davanti a un crocevia:

a) rimango qui mantenendo il mio lavoro e le mie amicizie anche se questo significa rimanere lontana dalla mia famiglia e in un luogo che, inevitabilmente, non potrà che ricordarmi lui?

b) torno a casa di mamma e papà a vivere in cameretta, a lavorare (se va bene) al centro commerciale di provincia e a passare il sabato con delle amiche che, con tutto il bene che voglio loro, hanno la propria vita che è proseguita in mia assenza per 5 anni?

La cosa migliore, poi, è stata fingermi calma con i miei genitori, perché P., privo di una figura genitoriale non psicotica, si è rivolto a mio padre per avere un consiglio, senza tenere conto del fatto che mio padre si sarebbe ansiato e, di riflesso, pur senza volerlo, avrebbe ansiato me.

Fortunatamente Ali mi ha “forzato” ad uscire di casa, bere un caffè al bar, sfogarmi circa il tema e al contempo parlare di stronzate, di maschere per capelli e di serie tv, giusto per uscire per qualche minuto dalla melma del mio cervello e far entrare un po’ di ossigeno.

La conclusione alla quale sono/siamo giunti è che P. cercherà lavoro qui come un matto e cercheremo di tenere duro in attesa di un suo trasferimento, il più a lungo possibile, mantenendo però aperta l’opzione di chiedere una aspettativa, se stare distanti per così tanto tempo diventasse realmente insopportabile.

L’altra conclusione alla quale sono giunta, invece, è che ‘sto cazzo di 2020 ha veramente rotto i coglioni, ma dubito moltissimo che il 2021 possa rivelarsi migliore.

Besos, Deli

-1 mese al Natale

Sinceramente, non mi sembra vero. Quest’anno il piano per il giorno di Natale è quello di andare nella città in cui lavora P., sempre che permettano di viaggiare da una Comunidad Autónoma all’altra. Lui la sera di Natale lavora, ma potremmo organizzare un bel pranzo festivo, aprire i regali insieme e poi fare una videochiamata con i miei genitori, mia sorella, mia nipote e mio cognato.

Qualora invece non consentissero di spostarsi, dovrei cercare di dribblare un eventuale invito della madre di P., la quale probabilmente si sentirebbe obbligata ad invitarmi sapendomi a casa da sola, per poter trascorrere almeno una parte del Natale con Ali e Dani, che già hanno deciso che quel giorno non si riuniranno con la famiglia.

Come sempre accade da quando vivo all’estero, dovrò ricorrere ad Amazon per acquistare i regali. Gli anni scorsi lo facevo perché era impossibile stipare 6-7 regali in una valigia piena di maglioncini invernali; quest’anno, invece, sarò obbligata a farlo perché, beh, passerò il Natale in Spagna causa Covid.

Il Natale mi prende sempre un po’ alla sprovvista, un po’ come le prime giornate in cui improvvisamente alle sei del pomeriggio è già notte. Tutti gli anni mi ritrovo a vagare smarrita tra panettoni e polvorones al Mercadona chiedendomi che cavolo ne è stato di tutti quei fogli di calendario che separano la fine dell’estate dalle feste natalizie.

Solo che quest’anno lo straniamento è ancora più intenso, per due motivi, presumibilmente: da una parte, il mio inconscio prende a calci con più violenza del solito l’idea del Natale non solo per procrastinare la scelta e l’acquisto dei regali, come accadeva negli anni scorsi, ma principalmente per non pensare a questo Natale atipico che mi attende in cui, nella migliore/peggiore delle ipotesi, alle 6 del pomeriggio sarò piantata sul divano, in pigiama, con la panza gonfia ed intenta a giocare a Candy Crush Saga; d’altra parte, lo straniamento deriva dal fatto che, quest’anno, i fogli del calendario “persi” vanno da marzo a, beh, ad oggi.

Dico “persi” tra virgolette perché in realtà questi mesi di quarantene intermittenti hanno avuto una loro utilità e non sono passati invano, almeno per quanto mi riguarda: ho avuto più tempo per riflettere, per imparare a gestire meglio il mio tempo e a prendermi cura della mia alimentazione, ho avuto modo di godere di molte giornate di spiaggia, ho ripreso in mano fogli e matita per disegnare ritratti dopo secoli e millenni di inattività e, a livello lavorativo mi ritrovo, come risultato (si spera permanente) di questa pandemia, con un orario molto più umano e che mi permette di risparmiare tempo e denaro.

Insomma, come dicevo, questi mesi non sono tecnicamente “persi”. Tuttavia, l’impossibilità di viaggiare, l’assenza di vacanze, il lavoro da casa e la sovversione completa dei normali ritmi – talvolta frenetici – della mia/nostra vita fan sì che il 2020, escludendo gennaio e febbraio (che, di fatto, sembrano appartenere ad un’altra epoca geologica), sia un periodo di tempo informe, liquido, in cui estate, primavera, autunno e inverno si fondono e sovrappongono senza nessun senso logico. In un certo senso stiamo tutti aspettando che appaia una schermata, come spesso accade nei film, che faccia ripartire la trama principale dopo un periodo ritenuto troppo noioso per essere raccontato sullo schermo, ma al contempo necessario al fine di portare gli eventi alla propria maturazione.

“ONE YEAR LATER…”

E niente, stavo scrivendo questo post ieri ma ho dovuto interrompermi perché ero sommersa di lavoro e ora non ricordo di preciso dove volessi andare a parare.

Per qualche strano motivo, quando mi tocca lavorare da casa e potrei ritagliare un po’ di tempo per scrivere sul blog mi arrivano sempre 1000 mail e richieste mentre quando sono obbligata a rimanere in ufficio per 8 ore quando apro la mail si sente il rumore dei grilli e cerco invano di far passare il tempo leggendo articoli sul sito della Treccani.

Comunque, oggi fa freddo (almeno per gli standard nel sud della Spagna, per gente del cazzo come me abituata a passeggiare a in maniche corte fino alla scorsa settimana), P. parte tra poco per lavoro e, come sempre, somatizza la poca voglia di partire per cui s’è svegliato con nausea e malessere generale. Ho del lavoro da fare ma, salvo imprevisti, non è troppo né troppo poco. Domani si prevede una bomba d’acqua e grandine ed io continuo a dimenticare che oggi è solo giovedì e che domani tocca andare al lavoro.

Mi dibatto tra il desiderio di veder tornare il bel clima per fare una lunga camminata nel week-end e la volontà di trascorrere il sabato e la domenica seppellita sotto mille coperte sul divano mentre sorseggio un’infusione e leggo un libro, dando vita a tutti gli stereotipi Tumblr possibili ed immaginabili.

Besos, Deli

Politicamente scorretta

Venerdì P. è partito per lavoro, e dato che il suo cane geriatrico espelleva liquami da ogni orifizio da ormai due giorni e il veterinario aveva stabilito che si trattava di gastroenterite, ha lasciato il Matusalemme canino a casa con me.

La cosa mi faceva un po’ girare gli zebedei, soprattutto perché la mia unica, granitica, incrollabile certezza dacché ho memoria è una: non mi piacciono i cani. Da piccola ne avevo paura. Crescendo la fobia è passata, ho addirittura imparato a provare affetto per loro, o a intenerirmi davanti a qualche esemplare particolarmente simpatico e scodinzolante.

Tuttavia, una cosa la so per certo: non voglio essere la padrona di un cane. Che dio me ne scampi.

Odio raccogliere merda la mattina, detesto venire accolta da guaiti e altri versi melodrammatici quando rientro dalla spesa, mi viene male all’anima all’idea di essere letteralmente obbligata a portare a spasso un cane ogni santo giorno, a prescindere che piova, ci sia il sole, che mi senta bene o che sia malata.

Eppure, in un modo o nell’altro, mi ritrovo a vivere in un appartamento con due cani, uno appiccicoso e irritante a livello pro e l’altro con lo stato di salute di un centoventenne. Sono i cani del mio fidanzato, prima vivevano con sua mamma ma lei non può più farsene carico, ma il problema è che il suddetto fidanzato lavora fuori due settimane al mese. Normalmente i cani partono con lui, ma giustamente ogni volta che uno dei due si ammala (e succede spessissimo) e non è raccomandabile farlo viaggiare, io mi ritrovo a fare da infermiera.

Non è colpa di nessuno, immagino.

Se il mio fidanzato mi avesse chiesto di adottare un cane gli avrei detto di no, manco per sogno, ma non posso certo dirgli di dare in adozione due cani vecchi che vivono con la sua famiglia da anni.

Ciò non toglie che ho passato il sabato raccogliendo vomito e bile da terra, osservando diarree rossastre e facendo bollire carne di pollo. E la carne di pollo bollita puzza quasi quanto il vomito e la diarrea messe insieme. Per aiutarmi a prendermi cura dell’animale, poi, P. ha insistito a mandarmi a casa sua sorella, una ragazzina tamarra e immatura che a malapena sopporto e che, logicamente, si è tolta la mascherina non appena è entrata nel mio salotto.

Per finire la giornata in bellezza, poi, ho dovuto portare la bestia dal veterinario, chiedendo peraltro un passaggio a una amica perché è fisicamente impossibile fare entrare quell’enorme cane nella mia auto, e oggi dovrò andare a recuperarlo sperando che non trascorra il resto della settimana a cagare, pisciare e vomitare in casa.

Domani dopo il lavoro sono stata invitata a casa di una amica, ma dovrò limitare la mia permanenza lì, ond’evitare che la bestia stia troppe ore in casa senza poter uscire a cagare ecc.

E insomma, che dire? Mi girano ad elica, ieri ho discusso per telefono con P. con tanto di urla e pianto, ma nonostante lo sfogo continuo ad essere incazzata e frustrata per la situazione, alla quale peraltro non vedo alcuna soluzione.

Per il resto continua tutto nel solito piattume, i caffè al bar sono ora caffè d’asporto causa lockdown, a Natale rimarrò sicuramente bloccata qui e lo scazzo domina incontrastato nella mia vita.

Une semaine de merde

Finalmente venerdì! Non che i progetti per questo week end lungo siano sfolgoranti, dato che tra le altre cose è proibito uscire dalla regione e dal proprio comune, ma questa settimana è stata piuttosto pesantuccia, e l’idea di dichiararla chiusa non mi dispiace neanche un po’.

Il tracollo ha avuto inizio venerdì scorso, dopo una giornata lavorativa noiosissima e corredata di sorprese e carrambate non sempre piacevoli. Insomma, in pratica un tizio random si è presentato in ufficio (giuro, uno mai visto prima) e ci ha chiesto se avevamo “delle scrivanie libere” ed ha segnalato che a partire dalla settimana successiva avremmo avuto una nuova collega, una che in realtà lavora per altri, ma che avrebbe condiviso l’ufficio con noi.

“Il vostro capo non vi aveva informati?”

Mah, allora, contando che non ci ha neanche reso nota la scadenza del nostro contratto di lavoro (scoperta accidentalmente il giorno dopo la scadenza del suddetto), puoi ben capire che no, non ci ha informati neanche di questo.

Ovviamente la nuova collega è stata portata in ufficio per le presentazioni alle due e un quarto, che sembra che abbiano cronometrato il momento esatto in cui la collega ed io ci togliamo le mascherine ed estraiamo tupper colmi di verdure puzzolenti e teste d’aglio, giusto per dare buona impressione.

Al rientro a casa, con l’umore già sotto ai piedi, sono stata accolta da un P. incazzato nero e da un odore di candeggina e disinfettante sufficiente per stendere un elefante. A quanto pare, P., appena rientrato dalla trasferta di lavoro, aveva ricevuto la visita di un suo caro amico di infanzia, il quale purtroppo è entrato a far parte di una comunità di hippie-ecologisti ed è convinto che per sconfiggere il covid sia sufficiente ingerire probiotici e che l’uso della mascherina e delle misure igieniche sia inutile o addirittura pernicioso.

Quando P. si è reso conto di trovarsi davanti un negazionista che passeggia allegramente per il mondo senza mascherina, senza disinfettanti e partecipa ad eventi con hippie che non fanno la doccia dal ’92 era già troppo tardi: aveva toccato tutti i pensili della cucina, usato il microonde per scaldare il suo pranzo biologico, si era seduto sul sofà, aveva usato il bagno, ecc. Poco ci è mancato che si facesse anche una siesta nel nostro letto, già che c’era.

Così P. ha invitato cortesemente l’amico a uscire di casa e si è ritrovato a disinfettare la qualunque, dopo 14 ore consecutive senza dormire.

Tralasciando l’andamento di venerdì scorso, che per quanto tragico ha anche avuto risvolti comici, la vera crisi esistenziale è iniziata il sabato.

Di colpo mi ha colpito una consapevolezza tanto ovvia quanto dolorosa: non torno in Italia da Natale scorso e quest’anno, a Natale, col cazzo che riesco a tornare a casa. Sono entrata in una spirale di sentimenti dolorosissimi, un mix di nostalgia, tristezza, rassegnazione e addirittura un pelino di rabbia. Rabbia verso la situazione, ovviamente, che peraltro in queste settimane sembra peggiorare di momento in momento. Per quanto cerchi di ignorare le notizie queste arrivano sempre: un link inviato su whatsapp da una amica, le colleghe al lavoro che devono richiedere un permesso per venire in ufficio perché ormai non si può viaggiare da una regione all’altra. Ma arrabbiarsi con la situazione, si sa, non soddisfa, che intanto alla situazione che cazzo gliene fotte che sono incazzata? E poi non ha volto, è solo una fottuta congiuntura storica che ci è toccato vivere, e non è neanche delle più tragiche che siano esistite, se ci sforziamo che solo di dare un’occhiata al secolo scorso.

Parafrasando il buon Barbero: ma ci pensate ai disgraziati nati a inizio ‘900? Si son ciucciati due guerre mondiali, la pandemia della spagnola, la dittatura fascista, la crisi del ’29.

Insomma, son finita a far pensieri gretti e meschini, a colpevolizzare i miei per il mio viaggio mancato ad agosto, perché mia sorella e mio cognato sì li invitano a pranzo ogni 2×3 ma quando volevo tornare io in estate sembrava che arrivasse l’untrice, e solo a pensare queste cose mi sono sentita ancora più di merda. Quando poi mio padre mi ha telefonato, la domenica, come se avesse intuito quello che pensavo, dicendomi che se tutto va bene al mio compleanno ci vediamo (Febbraio) e parlando di un viaggio dei miei qui in Spagna come qualcosa che potrebbe accadere a breve, e non come una roba fantascientifica che probabilmente non avverrà fino al 2022 (e forse sono ancora ottimista) mi sono sentita ancora più triste e tapina.

Per farla breve, ho passato quasi tutti il weekend a piangere e a rimbambirmi con uno di quei giochini del telefono tipo candy crush in cui devi guadagnare punti per mettere a posto una casa in rovina. Per dire il livello di decadenza fisica e morale raggiunto.

Domenica, poi, mi sono trascinata fuori dal letto a seguito di un messaggio di Ali, la quale aveva avuto il litigio del secolo col fidanzato e aveva bisogno di uscire di casa. L’uscita mi ha fatto bene, anche se entrambe avevamo gli occhi come zampogne e l’umore sotto ai piedi.

Tuttavia il week end si è concluso con un litigio enorme con P., a causa del periodo di carestia sessuale che stiamo vivendo a causa mia. Perché se per lui il sesso serve a scaricare l’ansia, ad esorcizzare la tristezza e a conciliare il sonno, io quando sono in ansia, triste o stanca faccio molta fatica a tirare su le giarrettiere mentali. Inoltre, perché é giusto che io sia sincera, sebbene sappia che per lui è molto importante quell’aspetto della relazione, mi faccio sempre sopraffare dal resto dei problemi e finisco col “trascurare” quell’aspetto o col rimandarlo, facendo sempre affidamento sulla sua pazienza che, giustamente, di tanto in tanto si esaurisce.

Il litigio, comunque, si è “risolto”, almeno per il momento.

Ecco, dopo una settimana così, l’idea di un lungo weekend a casa da sola (P. è ripartito oggi) in cui ricaricare le pile e riordinare le idee non è affatto male.

Besos, Deli

Voglio scrivere da giorni ma mi blocco sempre davanti alla pagina bianca. La testa mi pulsa, colpa del solito muscolo contratto al lato destro del collo. Il pranzo di oggi, consumato alle 4, era un hamburguer. Oggi toccava lavorare da casa, ma la testa volava altrove. Quanto costerebbe comprare una casa? Quanto posso risparmiare in un anno? Che ansia l’idea del mutuo. Con un occhio vigilo il portatile per rispondere a qualche richiesta urgente e nel frattempo pulisco il forno, le ante della cucina. Devo cambiare la sabbia del gatto da due giorni ma finisco sempre a fare altro. Il fattorino di Amazon chiama alla porta 2 volte in mezzora. In Italia chiudono i centri commerciali nei week end, Madrid é tornata in quarantena, la seconda ondata manda in crisi tutto il mondo. Continuo a strofinare le pareti del forno, aziono il robot lavapavimenti, mi riprometto di essere più produttiva domani al lavoro e rimando a domani la lettura di un libro, preferendo il limbo delle serie TV. Pensieri confusi che ricaccio indietro con un caffé al bar, una lunga telefonata, la spesa fatta di fretta ieri pomeriggio prima di passare da Claire per vedere il tramonto dal suo terrazzo. Insomma, la vita continua, mi obbligo a funzionare, a fare cose, e nel frattempo penso che questo 2020 é veramente un anno del cazzo, un anno assurdo, con due mesi quasi normali e un limbo infinito senza viaggi, senza normalità, fatto di giornate noiose al lavoro e di alcuni momenti quasi felici ma di una felicità strana, quasi artificiale. Per una volta si può essere impunemente asociali, chiudersi in casa e disegnare, pulire l’angolino dietro al frigo, cucinare per la prima volta roba commestibile.

Questo 2020 non lo dimenticheremo mai, io di certo non lo dimenticherò, ma mancano persino le parole per raccontarlo.

Torno nel mio limbo.

Situation update

Che dire, questa settimana non è stata proprio il massimo.

Il litigio con P. del fine settimana sembra essersi “risolto”, almeno per il momento. Tuttavia, lo stress post-litigio mi ha tormentata per parecchi giorni, ragion per cui dal lunedì al mercoledì ho avuto dei dolori molestissimi all’altezza del collo e della schiena e non ho fatto altro che sfondarmi di antiinfiammatorio, andare al lavoro, mangiare contro voglia e andare a letto alle 10 e mezza di sera nella vana speranza di svegliarmi in forma il giorno successivo.

Il cane di P. ha continuato per tutta la settimana a spisciazzare allegramente sul divano, obbligandoci a lavare quotidianamente i cuscini e a respirare le esalazioni tossiche dell’ammoniaca. Il veterinario ha sentenziato che “è una femmina castrata ed è così vecchia che per saperne l’età bisognerebbe tagliarla come gli alberi e contare i cerchi concentrici del tronco… deve avere un problema di incontinenza”. E così niente, il divano è coperto di traversine, P. ha comprato dei pannolini per cani ottuagenari su Internet e oggi iniziamo il trattamento con delle pastiglie che si spera possano restituirle il controllo della vescica in un mese e mezzo.

Oggi P. parte per lavoro e questa volta non lascerà il cane incontinente con me ma se lo porterà via insieme all’altro cane con corpo da chihuahua e denti da dobermann.

Mi sento un po’ in colpa per il fatto di non aiutarlo a prendersi cura del cane (che pure è suo), soprattutto perché temo che dopo la mia sfuriata del fine settimana si senta in dovere di prescindere dal mio aiuto sempre e di evitare di arrecarmi qualsivoglia fastidio, ma devo ammettere che l’idea di una settimana senza cani in casa, senza spisciazzate inopportune, senza sacchettini pieni di merda fumante alle otto del mattino ha il suo fascino.

Detto questo, continuo a rimuginare sul litigio, rifletto sulle cause, sulle reali incompatibilità e sugli sbalzi di umore (soprattutto miei) che possono avermi portato ad ingigantire problemi taciuti per troppo tempo, ma mi rendo contro di non riuscire (ancora) a razionalizzare il tutto per iscritto.

Besos, Deli