Holydays

Sono appena andata a rileggermi il mio ultimo post, per vedere esattamente quando l’avevo scritto.

Scopro così che latito dal blog da quasi un mese.

In realtà ho tentato qualche volta di scrivere, ma alla fine ho sempre piantato i vari post a metà o appena iniziati.

Da quando lavoro di nuovo in presenza, non è più così semplice ritagliarmi 15-20 minuti per scrivere sul blog; non che non abbia tempo libero, anzi, ma era molto più semplice trovare l’ispirazione quando ero obbligata a trascorrere otto ore davanti al mio portatile e, oltretutto, non avevo un cazzo da fare.

C’è da dire, poi, che nell’ultimo mese il lavoro si è moltiplicato di brutto. Dopo mesi e mesi in cui poco ci mancava che la collega ed io ci mettessimo a giocare a burraco, abbiamo iniziato a riceve richieste incessanti e talvolta davvero assurde, a rischio elevatissimo di figure di merda.

Tra l’assenza di lavoro e l’eccesso, preferisco l’eccesso, tuttavia le cose avvenute nel corso di questo mese di marzo avrebbero messo alla prova la pazienza di chiunque.

Per dirne qualcuna: gente che alle 9 del mattino di manda un lavoro che richiede almeno due giorni per essere ultimato e ti chiede di consegnarlo entro le 18:30. Poi ti scrive in chat per chiederti di confermare che hai ricevuto il materiale, ovviamente senza salutare che ‘sti salamelecchi son solo perdite di tempo, e già che c’è di chiede di consegnare il lavoro entro le 16:30. Non paga, poi, continua a chiamare e a scartavetrare i coglioni per chiedere “Quanto manca?” che mi ricorda tanto me quando avevo sei anni e mia madre mi portava a messa la domenica, e ogni cazzo di volta anticipa di mezzora la deadline, tanto per gradire.

Senza scendere nei dettagli, poi, basti pensare al fatto che tutte le mail ricevute (o quasi) sono urgentissime, e che nessuno mette in conto il fatto che tu stia facendo altri lavori, che ti siano arrivate altre richieste “urgentissime” da altri che credono di essere ‘stocazzo. Macché, scherziamo? Io sono io e voi non siete un cazzo.

Questo è il mood generale, insomma.

Ora che sono in ferie, dovrei cercare di staccare un po’, perché non so se si nota ma c’ho giusto un po’ il dente avvelenato. Tuttavia ho commesso l’errore di controllare la mail e di scoprire che, proprio come l’anno scorso, han deciso tutti di fingere che le nostre ferie non esistano, e hanno continuato a chiedere roba senza neanche disturbarsi nel dire “Scusate, so che siete in vacanza, ma c’è stato un imprevisto”. Tuttavia, a differenza dell’anno scorso, in cui peraltro eravamo murate in casa per il lockdown, questa volta abbiamo deciso di ignorare le mail, TUTTE, anche quelle di “pezzi grossi” che si sono guadagnati tale nomea per “meriti” genetici e sticazzi.

Tuttavia, memore dell’esperienza dello scorso anno, mi aspetto in qualsiasi momento un messaggio sul cellulare dal gran capo, per cui ho passato la mattinata finendo il lavoro richiesto dal pezzo grosso in questione. Non lo invierò, perché la mia collega ed io abbiamo deciso insieme di imporre noi dei limiti, dato che nessuno pare disposto a porseli da solo, ma lo salverò su GoogleDrive per averlo sempre a disposizione nel telefono. Così, se dovessi ricevere una chiamata o un messaggio dal capo mentre sono a casa di una amica, in giro a camminare o in spiaggia, potrei inviare il materiale senza vedermi obbligata o correre a casa in preda al panico come è già accaduto altre volte.

Chiusa la parentesi lavoro, le cose da dire circa questo mese di marzo non sono molte e non sono neanche troppo gradevoli.

Sebbene ami questo periodo dell’anno, con le sue giornate più lunghe e più calde, quest’anno non riuscivo a non associarlo al marzo di un anno fa, al primo lockdown. E se il mese di marzo del 2020 è stato un mese fatto di ansia, paura e preoccupazione, per me è stato anche un mese di speranze, irrealistiche nella maggior parte dei casi. Speravo ancora, contro ogni evidenza scientifica, che in estate il virus sparisse per sempre, speravo nella scoperta di un vaccino. Di colpo mi sono rivista un anno dopo, circondata di Novax, con una campagna di vaccinazione che va a rilento, con un anno di più in saccoccia ed un anno in meno trascorso con la mia famiglia, e mi sono accorta di sperare molto meno, a di averne le palle molto più piene.

E sia chiaro, so che tutti -o quasi- ci sentiamo così. So anche di essere fortunata, in un certo modo, dato che sono asociale per carattere, amo poco uscire, adoro stare ore ed ore in casa davanti alla tele. Non oso pensare cosa sia stato quest’anno di pandemia per quelli che ogni sabato escono con gruppi di 30-40 persone per andare in discoteca. O meglio, come presuntuosa asociale che sono penso che buon per loro, magari impareranno a stare soli con sé stessi e smetteranno di piegarsi alle convenzioni sociali che esigono che per divertirsi ci si debba mettere in tiro e uscire con 30 persone con le quali si parla solo di cose insostanziali e che non chiameresti mai in momenti di reale difficoltà o crisi esistenziale, ma questo è il frutto della mia incapacità di concepire che esistano persone che apprezzano cose diverse da quelle che amo io.

Quello che volevo dire è che non sono stufa di non poter uscire, del coprifuoco, nemmeno della mascherina. Certo, si respira meglio senza, è chiaro che vorrei poter viaggiare con maggiore libertà, è ovvio che vorrei rivedere la mia famiglia dopo oltre un anno di distanza. Ma ciò che mi ha davvero rotto il cazzo è la gente. Mi hanno quadrettato le palle i coniugi 55enni su Facebook che commentano post di Diego Fusaro dicendo al malcapitato di turno “Sveglia! Non cielo dicono!”, mi hanno scartavetrato i coglioni i sostenitori dei partiti di estrema destra, mi hanno frantumato lo scroto le tifoserie politiche in generale.

Sono stanca, stufa, disgustata, demotivata, disillusa e tutto questo mi conduce ad una ovvia conclusione: che mi sono rotta il cazzo anche di me stessa.

Non mi piace la me stessa di quest’ultimo mese, non mi piace sentirmi così e comportarmi così e la logica conclusione, poiché non posso cambiare il mondo che mi circonda, è che cerchi di cambiare me stessa e il mio modo di reagire alla porcheria che mi circonda. Questa è una consapevolezza che ho acquisito poco a poco in questo mese di marzo, ma che ho accantonato più volte per dedicarmi al lavoro, o pensando che ormai tanto vale resistere fino alle ferie e poi ci si penserà con calma.

Ecco, ora le ferie sono qui, checché ne dica la mail aziendale, e questo è il mio proposito per i prossimi giorni.

Un beso, Deli

4 pensieri riguardo “Holydays

  1. La mail aziendale stigrandissimicazzi, come si dice da queste parti. Non ne va della vita di nessuno, immagino. E sì, la gente è insopportabile, io già non la sopportavo prima, adesso è proprio orticaria pura.

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