Oggi P. parte per l’ultima settimana di lavoro prima delle ferie.
Mi ha chiesto di farlo alzare alle nove del mattino, ma come era prevedibile è stato impossibile trascinarlo fuori dal letto e lo sento rigirarsi e sospirare tra le lenzuola. Io nel frattempo mi barcameno tra una schermata e l’altra, saltando da un lavoro palloso all’altro e giungendo alla conclusione di non aver voglia di fare un cazzo.
L’altro ieri ho passato una notte quasi insonne perché la mamma di P. aveva la febbre ed ha chiamato per farsi accompagnare in ospedale. Fortunatamente non ha il Covid, ha solo un’infezione che tuttavia, dato il suo quadro di salute molto compromesso, richiede un ricovero ospedaliero.
A quanto dice P., l’ospedale ha assunto un aspetto post-apocalittico. La sala d’attesa è stata chiusa, le vetrate sono coperte di plastica e ci sono controlli ovunque. Il personale si aggira per la struttura silenzioso, preoccupato, teso e ovunque si trovano cartelli affissi con le indicazioni per trattare i pazienti affetti da covid ed evitare che entrino in contatto con gli altri. A quanto pare ci si aspetta che il virus torni presto a contagiare a ritmi esponenziali.
Ieri il termometro segnava 40 gradi all’ombra all’ora di pranzo. In mattinata sono riuscita a lavorare ed ho anche stoicamente sopportato le temperature inumane della cucina per preparare della deliziosa pasta al baffo. Tuttavia, dopo essermi sbafata due piatti di suddetta pasta, il mio corpo ha deciso di chiudere i battenti ed entrare in modalità risparmio di energia.
In generale ieri è stata una giornata strana; non mi sentivo solo fiacca fisicamente, ma anche demotivata, giù di corda. Insomma, era uno di quei giorni in cui mi andava di starmene da sola, aspettare che la fiacca e la tristezza evaporassero e godere del silenzio della mia casa.
Solo che non ero sola, ero con P. e alla fine, a torto o a ragione, sono finita a discutere con lui. All’ennesima domanda che gli ho fatto e che non ha sentito perché era troppo impegnato a smanettare col telefono si è aperta la diga: tutti i santi giorni cucino io, finisco di lavorare e mi aspetto che tu mi dica “Ho pensato che oggi potremmo mangiare questo o quello” ma no, niente di niente. Allora vado in cucina, mi metto a cucinare e nel frattempo approfitto di quel momento per ascoltare un video o vedere un episodio su Netflix e lì, proprio in quel momento lì, tu inizi a intavolare grandi discorsi. Tu, l’uomo laconico per eccellenza, che ogni volta che gli dirigo la parola sta guardando il telefono o non mi sente perché indossa le cuffie per giocare alla Play, scegli quel preciso istante per dare inizio a infervorate discussioni sulla politica spagnola, che per quanto mi riguarda fa cagare a spruzzo né più né meno che la italiana e farei anche a meno di farmi venire la bile non solo per Salvini ma anche per il suo clone spagnolo. Dicevamo, cucino io, tutti i giorni della settimana, e ricevo uno sguardo distratto o un grazie di circostanza quando porto il piatto in tavola. Osservo la pasta fumante nel piatto e proprio in quel momento devi inviare un messaggio importantissimo, dare da mangiare ai cani o salvare un qualche partita sulla Play, sia mai che tutte quelle ore davanti allo schermo vadano perse. Ah, e i piatti chi li lava? Indovinato, io! Perché “a te piace lavare i piatti, io preferisco lavare i pavimenti!”. No tesoro, non è che mi piace lavare i piatti, mi piace trovare la tazza della colazione pulita al mattino, mi piace vivere in condizioni igieniche migliori di quelle di Nuova Delhi. Grazie al cazzo che ti piace di più lavare i pavimenti, lo fai a scadenze semestrali! E sì, lo so benissimo che se te lo chiedo, tu, alla fine, dopo innumerevoli insistenze, fai quello che di dico (lavare i piatti, cucinare, ecc.). Ma vedi, tesoro, se volessi stare tutti i giorni a dare ordini vivrei a Downton Abbey e avrei il fottuto maggiordomo, che oltretutto esegue gli ordini senza chiedere istruzioni ogni 3 secondi “Che ingretienti devo usare? Dov’è lo straccio per togliere la polvere? Tesoro, dove hai messo la candeggina?”.
Ecco, più o meno è andata così. Lui ha riconosciuto le sue colpe, anche se con attenuanti del tipo “è vero, questa settimana mi sono rilassato troppo e mi sono comportato come se fosse in vacanza”. Questa settimana, certo. Le altre invece stavi a spadellare tutto il giorno come Benedetta Parodi, vero? Vabbè, stendiamo non un velo bensì un piumone pietoso. Mi sono comunque scusata, non per i concetti espressi in se, ma perché avendo la mamma in ospedale forse non era il miglior momento per fare saltare la diga dei rancori.
Tuttavia, detto inter nos, ci sono momenti in cui mi chiedo un po’ cosa ci sto a fare in coppia in generale, e più concretamente con lui. Ci vogliamo tanto bene, lui mi ha appoggiata in tantissime cose e ci sono momenti in cui siamo davvero felici, in cui ci capiamo al primo sguardo e siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Ma ce ne sono anche tantissimi in cui proprio non riesco a capirlo, in cui mi sembra immaturo, impulsivo e, soprattutto, disonesto. Non con me, per carità, mi fido di lui al 100%, ma con se stesso. Se la suona e se la canta per giustificare ogni cosa che non fa o che fa male, come un adolescente che ha sempre una scusa valida per non fare i compiti o per prendere un brutto voto, ed io giungo alla conclusione che a) odio gli adolescenti b) se mai dovessi diventare madre sarei una rompicoglioni.
Quando mi trovo a pensare queste cose mi chiedo sempre se non sia normale, a volte, esasperarsi con il proprio compagno, e se il segreto non stia proprio nell’aspettare che passi la tempesta, nel non gettare la spugna davanti a queste difficoltà. E al contempo mi chiedo se non si tratti di paura, paura di restare da sola, paura di chiudere un capitolo, l’ennesimo.
C’è chi divorzia alla prima discussione sulla tavoletta del cesso e chi sopporta per anni un matrimonio infelice finendo con l’amareggiarsi la vita. In questi momenti, mi chiedo sempre dove vada trovato il giusto equilibrio tra questi due estremi.
Nel dubbio mi preparo a godermi una settimana con la casa tutta per me.
Besos, Deli