Il salone di mia sorella, sempre ordinato e decorato alla perfezione. La tavola è perfetta, le mille pietanze passano tra i commensali che parlano un po’ troppo ad alta voce, ridono, ripropongono frasi e battute già sentite uno, due, cinque anni fa.
Provo un leggero disagio per le orecchie ovattate per colpa del raffreddore, per quella gonna che pensavo fosse elegante ma è troppo corta. Al quarto antipasto inizia a stringere parecchio. Sto seduta sul bordo della sedia, cercando di coprirmi con il tessuto scarno della gonna, cercando di sorridere, di ignorare il casino.
Che poi a me il Natale ha sempre fatto cagare, come quasi tutti gli eventi mondani che prevedono di stare ore e ore inchiodata a un tavolo fingendo che ti interessi l’altrui opinione su macchine, antifurti, il governo gialloverde, la raggi, le pensioni, ecc.
Solo che poi sono andata a vivere all’estero, e di colpo quella giornata pallosa del Natale è diventata un simbolo, un amuleto contro tutti quei mesi lontana da casa. Almeno a Natale, si deve stare in famiglia. Lo dicono le pubblicità dei panettoni e dei pandori, lo dicono un po’ tutti, e alla fine la pressione sociale si sa, prevale sempre.