Natale

Il salone di mia sorella, sempre ordinato e decorato alla perfezione. La tavola è perfetta, le mille pietanze passano tra i commensali che parlano un po’ troppo ad alta voce, ridono, ripropongono frasi e battute già sentite uno, due, cinque anni fa.

Provo un leggero disagio per le orecchie ovattate per colpa del raffreddore, per quella gonna che pensavo fosse elegante ma è troppo corta. Al quarto antipasto inizia a stringere parecchio. Sto seduta sul bordo della sedia, cercando di coprirmi con il tessuto scarno della gonna, cercando di sorridere, di ignorare il casino.

Che poi a me il Natale ha sempre fatto cagare, come quasi tutti gli eventi mondani che prevedono di stare ore e ore inchiodata a un tavolo fingendo che ti interessi l’altrui opinione su macchine, antifurti, il governo gialloverde, la raggi, le pensioni, ecc.

Solo che poi sono andata a vivere all’estero, e di colpo quella giornata pallosa del Natale è diventata un simbolo, un amuleto contro tutti quei mesi lontana da casa. Almeno a Natale, si deve stare in famiglia. Lo dicono le pubblicità dei panettoni e dei pandori, lo dicono un po’ tutti, e alla fine la pressione sociale si sa, prevale sempre.

E così si torna, e come sempre è un po’un viaggio nel tempo, oltre che nello spazio, e io torno a essere una quindicenne che al pranzo si annoia, che non è accompagnata – perché il mio lui è in Spagna -, che non parla quasi e quando lo fa quasi nessuno l’ascolta. Il tutto però con l’aggiunta e il senso di colpa di una quasi trentenne che ha scelto una strada diversa, che è andata lontano, non ha una casa con 13 stanze, non cucina, non ha un anello al dito,non ha figli e, dicendo apertamente quello che i miei pensano – non sa vivere nel modo giusto.

E boh, mi ci mancano una manciata di brufoli e la crisi esistenziale direi che ce l’abbiamo tutta.

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